Cina: Ren Zhiqiang condannato a 18 anni di carcere

Pubblicato il 22 settembre 2020 alle 13:50 in Asia Cina

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La Seconda Corte Intermedia del Popolo di Pechino ha reso noto di aver emesso una sentenza a 18 anni di carcere contro l’ex-presidente dell’azienda Beijing Huayuan, Ren Zhiqiang, per corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici, abusi contro il personale di società statali e per aver ricevuto tangenti, il 22 settembre.

Secondo il comunicato del tribunale, tra il 2003 e il 2017, Ren avrebbe approfittato del proprio ruolo per appropriarsi indebitamente di fondi pubblici per un valore di 49,74 milioni di yuan, avrebbe accettato tangenti per oltre 1,25 milioni di yuan, avrebbe deviato la destinazione di denaro pubblico per 61,2 milioni di yuan e i suoi abusi di potere avrebbero causato perdite ad aziende statali per 116,7 milioni di yuan. Ren avrebbe confessato e accettato tutte le accuse, decidendo di non fare appello alla sentenza ricevuta. Oltre ai 18 anni di detenzione, l’uomo è stato multato per 4,2 milioni di yuan.

Il 69enne Ren è noto per essere un magnate dell’edilizia cinese nonché un critico della leadership del Partito Comunista Cinese (PCC), nonché dello stesso presidente cinese, Xi Jinping. In particolare, dallo scorso marzo, era stato diffuso un suo articolo in cui  criticava con termini veementi la risposta e la gestione dell’emergenza determinata dall’epidemia di coronavirus da parte del governo cinese, lamentando, in particolare, il silenzio imposto ai primi che avevano denunciato la presenza di un virus sconosciuto. Ren aveva scritto l’articolo n questione in seguito ad un discorso in difesa della risposta cinese al coronavirus da parte del presidente Xi, il quale, senza essere direttamente nominato, era stato definito da Ren un imperatore e un pagliaccio.

Ren era stato arrestato dalle autorità del PCC che si occupano di disciplina proprio nel mese di marzo mentre si trovava a Pechino nella casa della sorella. Durante i 4 mesi successivi, era stato trattenuto presso il carcere di Mangshan e, a luglio, era stato consegnato alle autorità dei pubblici ministeri. Oltre a questo, all’uomo era stata revocata l’appartenenza al PCC per aver violato la disciplina di partito e la legge.

Il comitato disciplinare del PCC aveva affermato che Ren fosse in conflitto con la leadership del partito per questioni di principio e che avesse pubblicato articoli che avevano violato i cosiddetti “quattro principi centrali” del PCC, ovvero sostenere il percorso socialista, difendere la dittatura democratica del popolo, rispettare la leadership del partito e preservare il pensiero di Mao Zedong e del Marxismo-leninismo. Il comitato aveva accusato Ren anche di aver screditato il Paese e il PCC, mostrando slealtà e opponendosi alle indagini.

Secondo quanto riferito da una fonte interna alla famiglia dell’uomo al South China Morning Post, durante l’udienza dello scorso 11 settembre, Ren aveva deciso di difendersi dalle accuse ricevute ma potrebbe aver deciso di accettarle per non implicare terze persone nel processo. 

Durante il processo a Ren, di fronte alla Seconda Corte Intermedia del Popolo di Pechino sarebbero stata te impiegate severe misure di sicurezza con uomini della polizia sia in uniforme, sia in borghese, mentre non sarebbe stato concesso di sedere in aula ai diplomatici degli Stati Uniti, dell’Unione Europea (UE), dell’Australia e del Giappone.

Secondo un’amica di Ren ed ex-insegnante della Scuola Centrale del Partito, Cai Xia, la repressione di Ren punendolo per crimini di natura economica sarebbe un avvertimento all’intero partito e soprattutto ai figli della sua élite, secondo il principio “uccidine uno per avvertirne cento”. Ren viene da una famiglia radicata all’interno del PCC ed era vicino a sue figure di grande rilievo, quali l’attuale vice presidente Wang Qishan. La stessa Cai, che vive negli Stati Uniti, è stata espulsa dal PCC lo scorso mese per aver apertamente criticato le politiche di Xi in più occasioni e ritiene che la sentenza di Ren non abbia nulla a che fare con questioni economiche ma che si tratti di “persecuzione politica”.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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