Libia: l’Alto Consiglio respinge l’accordo sulle esportazioni petrolifere

Pubblicato il 21 settembre 2020 alle 10:00 in Africa Libia

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Il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled al-Mishri, ha respinto l’accordo raggiunto in merito alla riapertura dei porti e dei giacimenti petroliferi. Nel frattempo, la Camera dei Rappresentanti di Tripoli ha annunciato il proprio rifiuto di qualsiasi intesa che sia al di fuori della “legittimità”, mentre continua la mobilitazione popolare ad Est.

Il riferimento va all’accordo raggiunto il 19 settembre tra il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, e il vice-leader del Consiglio Presidenziale della Libia, Ahmed Maetig, con cui è stata consentita la riapertura di porti e giacimenti petroliferi e la conseguente ripresa delle attività di produzione ed esportazione. Tra gli altri punti concordati vi sono, poi, la creazione di una commissione tecnica per la gestione e la suddivisione equa dei proventi del settore, l’unificazione del cambio del dinaro libico, la ripresa di più attività bancarie nell’Est della Libia, l’istituzione di un sistema che consenta di beneficiare di vendite in valuta estera e finanziamenti per la National Oil Corporation (NOC), incaricata di riportare la produzione ai livelli precedenti alla chiusura.

Tuttavia, il 20 settembre, l’Alto Consiglio ed il suo presidente al-Mishri hanno respinto l’accordo, definendolo non in linea con i principi alla base dell’“accordo politico” e delle norme ad esso relative. In particolare, ha riferito al-Mishri in un comunicato indirizzato al governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), e al Consiglio presidenziale, che quanto stabilito rappresenta un attacco alle autorità legittime, così come alla giurisdizione della Banca centrale libica. Inoltre, è stato specificato, chiudere i giacimenti petroliferi, stampare valuta senza autorizzazione, formare debito pubblico “sconosciuto” e attaccare i fondi dei depositanti nelle banche commerciali sono crimini che non possono essere tollerati ed i cui autori devono essere puniti.

I membri dell’Alto Consiglio, sempre il 20 settembre, si sono poi detti a sostegno delle iniziative di dialogo intraprese nelle settimane precedenti in Marocco e in Svizzera. A tal proposito, è stato specificato che i percorsi discussi nel corso dei colloqui riguardano la Costituzione e l’organizzazione di un referendum sul progetto stilato, la modifica del Consiglio presidenziale di Tripoli, che includa un presidente, due deputati e un capo di governo diverso da quello del Consiglio, e l’applicazione dell’articolo 15 degli accordi di Skhirat, relativo alla nomina di “posizioni sovrane”.

Nella medesima giornata, il Parlamento libico riunitosi nella capitale Tripoli, ha annunciato il rifiuto di qualsiasi accordo unilaterale che sia al di fuori della “legittimità”, con riferimento agli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e di qualsiasi intesa che possa riportare in scena il generale Haftar. Inoltre, è stata ribadita l’opposizione a “tentativi individuali e collettivi di trasferire la questione libica al di fuori del quadro delle Nazioni Unite”, sottolineando che qualsiasi decisione che riguardi le ricchezze libiche devono essere nelle mani delle autorità legittime. La Camera dei Rappresentanti ha ritenuto il Consiglio presidenziale del GNA responsabile per eventuali accordi unilaterali conclusi senza consenso politico e senza essere prima presentati ai suoi deputati. Qualsiasi soluzione alla crisi libica deve essere globale, non soggetta a “contrattazione politica”, è stato poi evidenziato nel corso del meeting. 

Nel frattempo, la Sala operativa di Sirte e al-Jufra, legata al GNA, ha rilasciato anch’essa una dichiarazione, in cui ha evidenziato il proprio rifiuto ad essere coinvolta in questioni e “manovre” politiche, a livello sia regionale sia governativo, evidenziando come essa sia subordinata al “comandante supremo” dell’esercito libico, rappresentato dal Consiglio presidenziale tripolino, al Ministero della Difesa e al Capo di stato maggiore.

Il panorama libico, poi, continua ad essere caratterizzato da movimenti di mobilitazione popolare nelle aree orientali, concentratisi soprattutto a Bengasi, dove fonti locali hanno riferito che le brigate affiliate all’LNA si sono dispiegate presso le vie d’accesso principali, in previsioni di nuove proteste per lunedì 21 settembre. Parallelamente, gli uomini di Haftar hanno altresì condotto un’ampia campagna di arresti. Ciò che ha alimentato il malcontento della popolazione è l’esacerbarsi delle condizioni di vita, accanto a una diminuzione consistente delle forniture di elettricità, l’aumento dei casi di Coronavirus e la perdurante corruzione tra le forze politiche al potere.

La situazione di grave instabilità in Libia ha avuto inizio il 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese Nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica. Gli schieramenti che si oppongono sono due. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar, l’Italia e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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