India: arrestato un giornalista ingaggiato dalla Cina per spionaggio

Pubblicato il 21 settembre 2020 alle 11:02 in Cina India

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La polizia indiana ha rivelato, il 20 settembre, che il giornalista indiano Rajeev Sharma ha accettato 40.000 dollari da spie cinesi in cambio di informazioni sulle questioni di confine sino-indiane e sul Dalai Lama.

Il giornalista 61enne sarebbe stato contattato per la prima volta nel 2016 da una sospetta spia cinese nota come Michael che avrebbe invitato Sharma nella città cinese di Kunming, capoluogo della provincia meridionale di Yunnan, dove avrebbe accettato l’incarico di spionaggio. Secondo la polizia indiana, solamente dal gennaio 2019 al settembre 2020, l’operato di Sharma gli avrebbe consentito di guadagnare 40.000 dollari. Dopo il suo arresto, presso la sua abitazione sarebbero poi stati rivenuti documenti confidenziali legati al Dipartimento della Difesa dell’India.

Il vice commissario della polizia di Deli, Sanjeev Kumar Yadav, ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha informato che, durante l’interrogatorio a cui è stato sottoposto, Sharma ha confessato il proprio coinvolgimento nell’ottenimento di informazioni segrete e sensibili e il loro successivo trasferimento agli individui cinesi che lo avevano ingaggiato. Oltre a Sharma, le autorità indiane avrebbero arrestato anche una donna di nazionalità cinese e un suo complice nepalese con l’accusa di aver fornito a Sharma grandi quantitativi di denaro in cambio di informazioni da passare all’intelligence cinese. Le autorità cinesi non hanno ancora commentato la vicenda.

Gli arresti e le rivelazioni ad essi connesse si inseriscono all’interno di un complicato quadro di tensioni tra Cina e India che riguardano soprattutto le dispute territoriali lungo il confine de facto tra i due Paesi, anche noto come linea di Controllo Effettivo (LAC).

Gli attriti sino-indiani lungo la LAC sono iniziati lo scorso 5-6 maggio, quando si sono verificati i primi scontri fisici tra i rispettivi eserciti nella zona di Nathu La, nello Stato indiano del Sikkim. Successivamente, il 15 giugno, un altro scontro è culminato nella morte di circa 20 soldati indiani nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh. L’episodio è stato l’incidente che ha causato il maggior numero di vittime tra i due eserciti dal 1967 ma la Cina non ha mai rilasciato un numero ufficiale di vittime. Il 18 settembre scorso, il direttore del Global Times, Hu Xijin, ha soltanto specificato che sono state meno di quelle indiane. Infine, il 7 settembre, Nuova Delhi e Pechino si sono accusate reciprocamente di aver sconfinato nel territorio dell’altra e di aver aperto il fuoco in segno di avvertimento per la prima volta dal 1975 nella zona del lago Pangong Tso, un bacino che si estende dal territorio indiano di Ladakh fino alla regione autonoma del Tibet cinese e che è attraversato dalla LAC, violando un  accordo firmato dalle due potenze il 29 novembre 1996 che impedisce ad entrambe di aprire il fuoco o detonare esplosivi entro 2 km dalla LAC.  

Le motivazioni che hanno scatenato gli scontri sarebbero state sconfinamenti nel territorio dell’altro, lamentati da entrambe le parti e la costruzione di infrastrutture nell’area, che è stata anch’essa denunciata sia dalla Cina, sia dall’India. Quest’ultima, starebbe potenziando i propri collegamenti costruendo strade, ponti, eliporti ad alta quota e piste aeree per mezzi militari e civili. In particolare, per la fine del mese di settembre, è previsto il completamento del tunnel ad alta quota più lungo al mondo nello Stato di Himachal Pradesh, al confine con il Tibet, che è costato all’India 400 milioni di dollari e che consentirà alle truppe indiane di poter viaggiare in qualsiasi condizione metereologica ad una velocità superiore.

Da maggio, sono in corso più round di negoziati a livello militare e diplomatico per cercare di ridimensionare gli attriti lungo la LAC. Lo scorso 4 settembre, c’è stato un incontro tra i ministri della Difesa cinese e indiano, Wei Fenghe e Singh, a Mosca, a margine di una riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, durante il quale sono state affrontate le tensioni in corso tra i rispettivi eserciti lungo la LAC. Successivamente, il 10 settembre,  il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar, hanno deciso di ridurre le tensioni rilasciando una dichiarazione congiunta ed elaborando un’intesa articolata in cinque punti, a seguito di un incontro avvenuto anche in quel caso a Mosca a margine della riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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