Incontro Sudan-USA-Emirati Arabi Uniti: la “normalizzazione” con Israele arriva in Africa

Pubblicato il 21 settembre 2020 alle 13:33 in Emirati Arabi Uniti Sudan

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Una delegazione sudanese di alto livello, guidata dal capo del Consiglio sovrano di transizione, Abdel-Fattah al-Burhan, si è recata negli Emirati Arabi Uniti per colloqui separati con funzionari emiratini e statunitensi. Oggetto della discussione la rimozione del Sudan dall’elenco americano di Stati “sponsor” del terrorismo e la normalizzazione delle relazioni con Israele.

L’agenzia di stampa sudanese SUNA ha dichiarato, domenica 20 settembre, che il generale al-Burhan terrà, nei prossimi giorni, colloqui con la leadership degli Emirati Arabi Uniti su “tutte le questioni regionali legate al Sudan”. In particolare, secondo quanto rivelato dalla stampa, il ministro della Giustizia sudanese, Naser-Eddin Abdelbari, incluso nella delegazione partita da Khartoum, incontrerà i funzionari statunitensi presenti ad Abu Dhabi per discutere “della rimozione del Sudan dalla lista dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo, del sostegno allo Stato africano nella sua transizione verso la democrazia e della cancellazione dei debiti americani che pesano sul Sudan”. Tuttavia, il sito web americano Axios ha rivelato che i funzionari statunitensi, emiratini e sudanesi terranno anche un incontro “decisivo” su un possibile “accordo di normalizzazione tra Sudan e Israele”, simile a quelli negoziati, nelle ultime settimane, da Washington e Tel Aviv con Emirati e Bahrein.

Citando fonti anonime, Axios ha riferito che il governo di transizione del Sudan, oltre alla rimozione dalla lista del terrorismo, chiede “più di 3 miliardi di dollari da dedicare all’assistenza umanitaria e al sostegno diretto al bilancio del Paese in cambio di un accordo con Israele”. Khartoum sta anche cercando di convincere Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti a prendersi l’impegno di “fornire al Sudan aiuti economici per i prossimi tre anni”, ha riferito il sito americano, domenica 20 settembre.

Un mese fa, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva sollevato la questione della normalizzazione dei legami tra Sudan e Israele durante una visita a Khartoum, il 25 agosto. In risposta, il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, aveva affermato che l’attuale governo, visto il suo status transitorio, non aveva il potere di prendere determinate decisioni e aveva suggerito di intraprendere una tale mossa dopo la fine del periodo di transizione e lo svolgimento delle elezioni, previste per il 2022. A quel tempo, Pompeo si era recato in Sudan nell’ambito di un tour regionale organizzato per cercare di convincere diversi Paesi arabi a stabilire relazioni diplomatiche con Israele.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato, nei giorni scorsi, che si aspetta di vedere altri Stati arabi seguire le orme dei governi di Abu Dhabi e Manama. Questi ultimi hanno firmato i famosi accordi di normalizzazione con Tel Aviv il 15 settembre, durante una cerimonia svoltasi alla Casa Bianca. I patti hanno reso, rispettivamente, Emirati Arabi Uniti e Bahrein il terzo e il quarto Paese arabo a riconoscere la sovranità dello Stato d’Israele. Il primo era stato l’Egitto, nel 1979, e poi la Giordania, nel 1994. A seguito della nuova intesa e della “normalizzazione” dei rapporti tra i Paesi del Golfo e Tel Aviv, migliaia di palestinesi si sono detti indignati e preoccupati dalla nuova posizione del mondo arabo, che li aveva da sempre supportati contro l’occupazione israeliana. La mossa è stata definita dai palestinesi un vero e proprio “tradimento” che indebolisce ulteriormente la posizione panaraba basata sul principio della normalizzazione dei rapporti con Israele in cambio del ritiro israeliano dal territorio occupato e dal riconoscimento della Palestina come uno Stato a sé.

I legami con Israele sono una questione delicata anche per il Sudan, che, sotto l’ex presidente Omar al-Bashir, deposto l’11 aprile 2019, era tra i principali nemici della linea dura di Tel Aviv contro i palestinesi. Tuttavia, il 3 febbraio, il generale al-Burhan ha incontrato segretamente il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in Uganda, per cercare di riaprire il dialogo tra Khartoum e Tel Aviv. In seguito al colloquio, il Sudan ha deciso di concedere ai voli diretti da e per Israele un ok inziale per attraversare il suo spazio aereo e, così, gli aerei commerciali israeliani hanno presto iniziato a sorvolare il Sudan.

Da quando è entrato in carica, ad agosto 2019, il governo di transizione del Sudan ha insistito per essere rimosso dalla lista americana degli Stati “sponsor” del terrorismo, una condizione che rende il Paese africano non idoneo a chiedere prestiti alle istituzioni finanziarie internazionali e ad attrarre potenziali investimenti stranieri. Le autorità sono attualmente sotto pressione per risolvere una crisi economica sempre più profonda, che è peggiorata da quando al-Bashir è stato rovesciato sulla scia di proteste di massa contro il suo governo. L’inflazione ha raggiunto quasi il 170% del Pil il mese scorso, con la valuta in caduta libera e l’esecutivo che ha deciso di dichiarare lo stato di emergenza economica a causa del crescente costo del cibo e dei trasporti in tutto il Paese. I prezzi di alcuni alimenti di base, come il pane e lo zucchero, sono aumentati del 50% nelle ultime settimane e molti temono che la crisi peggiori. La situazione del Sudan è stata ulteriormente aggravata da forti piogge, che hanno portato inondazioni improvvise da record e devastato la maggior parte del Paese. Finora le inondazioni hanno ucciso più di 120 persone, colpito circa mezzo milione di abitanti e causato il crollo totale e parziale di oltre 100.000 case in almeno 16 province sudanesi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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