Egitto: la popolazione scende in piazza, “Vai via, al-Sisi!”

Pubblicato il 21 settembre 2020 alle 8:51 in Africa Egitto

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Centinaia di cittadini egiziani sono scesi per le strade del Paese, il 20 settembre, chiedendo le dimissioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Nonostante lo stato di allerta proclamato nei giorni precedenti, l’Egitto ha assistito ad un’ampia mobilitazione popolare, così come previsto. Le proteste hanno interessato diverse città e villaggi del Paese, da Alessandria a Nord ad Assuan a Sud. La richiesta principale è rappresentata dalle dimissioni del capo di Stato, responsabile dell’esacerbarsi delle condizioni economiche e sociali del Paese e di misure quali l’abolizione degli edifici e delle abitazioni abusive. Nel quartiere di al-Basateen, nel centro della capitale Il Cairo, i gruppi di manifestanti sono stati frenati dalle forze di sicurezza, le quali hanno impiegato gas lacrimogeni e proiettili per disperdere la folla.

Scene simili si sono verificate nel villaggio di Kadaya, presso Giza, dove gli slogan in cui si richiedeva la fine del regime “golpista” sono stati accompagnati dalla distruzione delle auto della polizia. In tal caso, ad alimentare ulteriormente la rabbia della popolazione vi è stata altresì la chiusura di una fabbrica di mattoni. Non da ultimo, i cittadini egiziani hanno lamentato difficoltà nell’utilizzo di Internet e social media, Facebook in primis, in concomitanza con le proteste.

Prima del 20 settembre, era stato sollevato uno stato di allerta in Egitto, in previsione di movimenti di protesta, incoraggiati da diversi attivisti, tra cui l’imprenditore Mohamed Ali, che nel 2019 ha accusato al-Sisi di corruzione. Egli ha esortato il popolo egiziano ad unirsi in una nuova rivoluzione per salvare il Paese, vittima di oppressione e ingiustizia. La data scelta per l’inizio della mobilitazione è proprio il 20 settembre, in concomitanza con il primo anniversario dei movimenti del 2019, che hanno causato la più ampia campagna di arresti dall’elezione del presidente.

Nella sera del 20 settembre, Mohamed Ali ha pubblicato un video in diretta su Facebook, dove ha elogiato la risposta dei manifestanti alle richieste di protesta e li ha invitati a rimanere in strada fino alle dimissioni ufficiali di al-Sisi. Anche i conducenti di camion e minibus sono stati esortati a scendere dalle loro auto per partecipare con i manifestanti. “Dove sono al-Sisi e il portavoce presidenziale?” ha chiesto l’attivista, secondo cui il presidente egiziano teme una rabbia simile.

I media pro-regime hanno lanciato un forte attacco agli appelli a manifestare, considerandoli parte di una cospirazione esterna volta a rovesciare lo Stato.  Fonti dell’opposizione avevano precedentemente parlato di un rapporto dell’intelligence presentato ad al-Sisi che parlava del crescente stato di rabbia tra la popolazione e suggeriva diverse misure, tra cui fermare le demolizioni delle abitazioni per presunta violazione dei requisiti di licenza, bloccare gli aumenti dei prezzi e rilasciare alcuni prigionieri.

È stato il presidente al-Sisi ad ordinare la rimozione di tutti quegli edifici che non rispettano determinati parametri in termini di edilizia, dopo essersi detto determinato a far fronte a tutti coloro che trasgrediscono le normative vigenti, anche mettendo in campo uomini dell’esercito. In particolare, il presidente egiziano ha emanato, nel mese di gennaio, un’ordinanza con cui ha sancito la possibilità di trovare, entro sei mesi, un accordo con lo Stato che consentirebbe di costruire in aree illegittime, stabilendo, al contempo, la demolizione di tutti quegli edifici costruiti abusivamente e di cui non ne è stata comprovata la legittimità, tra cui numerose abitazioni.

La stragrande maggioranza dei cittadini che beneficia di alloggi considerati abusivi appartiene alle classi più povere, non in grado, quindi, di affrontare le spese richieste per evitare la demolizione della propria abitazione, spesso pari al 100% del prezzo di base dell’immobile. Inoltre, il popolo egiziano ha più volte lamentato le difficoltà legate alla procedura di riconciliazione, visto soprattutto il numero di documenti richiesti.

La disposizione ha provocato il malcontento della popolazione, la quale, da settimane, ha iniziato a manifestare il proprio stato di agitazione sui social network, attraverso l’hashtag “Arrabbiati, egiziano”. Secondo il popolo egiziano, la misura di al-Sisi, oltre ad aver costretto molti ad evacuare, va contro la legge. Inoltre, si tratta di edifici costruiti nel corso degli ultimi dieci anni con l’approvazione di governatori, funzionari ed autorità competenti, mentre ora sono i cittadini a dover pagare il prezzo di una politica caratterizzata da “corruzione” e “tirannia”. Il governatorato di al-Dakhilia, ad esempio, ha riferito della rimozione di 1.200 case e dell’evacuazione di 3.700 famiglie.

Tra gli altri fattori che hanno alimentato tale clima di mobilitazione vi sono l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi di base, i fenomeni di repressione da parte delle forze di sicurezza, la “nazionalizzazione” della vita politica e il controllo dei media, megafono della sola voce di al-Sisi. Alcuni cittadini hanno poi evidenziato l’incapacità del capo di Stato di gestire il dossier relativo alla diga africana, mettendo a rischio il futuro delle risorse idriche dell’Egitto, così come la questione delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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