Bahrein: la normalizzazione con Israele alimenta minacce interne

Pubblicato il 19 settembre 2020 alle 6:45 in Bahrein Israele

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L’accordo di normalizzazione tra Israele e il Regno del Bahrein, ufficialmente siglato a Washington il 15 settembre, rischia di acuire tensioni interne e di alimentare una mobilitazione da parte della componente sciita.

A dichiararlo, il quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base di un rapporto pubblicato da Reuters. Sebbene il Bahrein si sia sempre detto a favore della causa palestinese, negli ultimi anni, al pari di altri Stati del Golfo, il Paese ha mostrato una maggiore apertura verso Israele, accomunati da un sentimento di ostilità nei confronti dell’Iran. Già nel dicembre 2019, un rabbino di Gerusalemme Shlomo Amar, si era recato in Bahrein nella cornice di una visita definita “rara”, per incontrare diversi leader religiosi del Medio Oriente. Inoltre, in occasione della conferenza di Manama, tenutasi tra il 25 e il 26 giugno 2019, il ministro degli Esteri, Khalid bin Ahmed al-Khalifa, dichiarò al Times oh Israel: “Israele è un Paese della regione … ed è lì per restare, ovviamente.”

Un simile riavvicinamento è culminato con l’accordo che ha normalizzato le relazioni tra Manama e Tel Aviv, sull’esempio degli Emirati Arabi Uniti (UAE). Tale mossa, spiega Reuters, da un lato porterebbe la monarchia musulmana sunnita del Bahrein ad ottenere maggiore sostegno da parte dei partner occidentali e regionali. Dall’altro lato, però, l’alleanza rischia di esacerbare tensioni politiche e potrebbe alimentare un movimento di opposizione guidato dalla componente sciita.

Il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti e altre basi navali internazionali, è stato l’unico Stato arabo del Golfo ad assistere a rivolte pro-democrazia durante la cosiddetta “Primavera araba” del 2011, frenate con l’aiuto di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. In particolare, sin dal mese di febbraio 2011, i manifestanti hanno occupato la capitale Manama, chiedendo più democrazia e la fine della discriminazione contro la maggioranza musulmana sciita, da parte della famiglia reale sunnita. In tale scenario, l’Arabia Saudita e altri Paesi della Penisola inviarono truppe a sostegno della monarchia. L’Iran, Paese a maggioranza sciita, chiese il ritiro delle truppe ma ciò che ottenne fu l’espulsione dell’incaricato d’affari iraniano a Manama, con l’accusa di aver avuto contatti con i gruppi d’opposizione. Ancora oggi le tensioni nel Paese continuano e il Bahrein accusa l’Iran di essere coinvolto e di influire in tali turbolenze.

Forme di dissenso di minore entità non si sono mai del tutto placate, come testimoniato da diversi episodi di violenza, il che ha spinto il Regno a divenire un possibile terreno di scontro tra l’Iran ed il suo rivale saudita. Il governo bahreinita, dal canto suo, ha fatto leva sul proprio potere per sedare i disordini, attraverso raid, campagne di arresti, imposizione di divieti anche per partiti di opposizione e giornalisti, con il fine ultimo di scongiurare una più ampia mobilitazione popolare. Tuttavia, l’accordo di normalizzazione con Israele ha alimentato ulteriormente la rabbia sedata della popolazione bahreinita.

Sporadiche proteste di piazza si sono svolte ogni notte. “Sono bahreinita e il regime del Bahrein non mi rappresenta”, si legge in uno degli striscioni condivisi sui social media. “La normalizzazione è un tradimento” è un altro degli slogan più diffusi negli ultimi giorni. Nel frattempo, diverse figure dell’opposizione hanno respinto l’accordo. Uno dei principali esponenti religiosi sciiti del Bahrein, l’Ayatollah Sheikh Isa Qassim, in esilio in Iran, ha esortato la popolazione a resistere.

Fonti dell’opposizione sciita hanno riferito che una settimana prima che l’accordo fosse annunciato, il governo di Manama ha emanato emendamenti che gli avrebbero consentito maggiore controllo in Parlamento. In particolare, un decreto reale, emanato il 3 settembre, ha ordinato a entrambe le camere parlamentari di ridurre il numero di oratori giornalieri e ha vietato critiche, colpe o “accuse che danneggiano gli interessi del Paese”. Ali Alaswad, ex parlamentare del principale gruppo di opposizione sciita al-Wefaq, ora in esilio, ha affermato: “L’erosione del potere del Parlamento è in corso dal 2011 e l’ultimo decreto reale ha effettivamente firmato il suo certificato di morte”.

Interrogato sulle forme di opposizione all’accordo, e sulle accuse dell’opposizione secondo cui il governo ha limitato il dibattito parlamentare, un portavoce del governo ha affermato che la libertà di opinione e di espressione sono salvaguardate dalla costituzione e il governo ha continuato a sostenerle con fermezza. “La diversità storica del Bahrain ha plasmato una società caratterizzata da convivenza e tolleranza. Questi principi sono vitali per garantire stabilità e pace e sono alla base della dichiarazione di pace firmata dal Regno del Bahrain e dallo Stato di Israele”, ha riferito il portavoce in una dichiarazione a Reuters.

Secondo alcuni analisti, nonostante l’aumento del malcontento popolare, l’accordo potrebbe aver rafforzato il governo, dal momento che è più probabile che gli alleati tradizionali chiudano un occhio su qualsiasi ulteriore forma di repressione. Manama è stata a lungo fortemente dipendente dall’alleato saudita, ed è stata salvata finanziariamente nel 2018 con un pacchetto di aiuti da 10 miliardi di dollari stanziati da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait. Inoltre, a detta di alcuni, il Regno è altresì concentrato a salvaguardare le proprie relazioni con Washington. Tali “dipendenze politiche” hanno fatto sì che il Paese si allineasse con le politiche adottate dagli USA e dagli UAE.

La difesa dei diritti dei palestinesi è stata una delle cause che ha unito i musulmani sunniti e sciiti in Bahrain per decenni, ma l’accordo raggiunto con Israele ha posto alcuni in una posizione critica. Fondata nel 2002 e con sede nella capitale Manama, la Bahraini Society Against Normalization with the Sionist Enemy ha dichiarato di essere stata colta alla sprovvista. “Alcuni influencer dei social media hanno iniziato ad accusarci di intolleranza e hanno chiesto al governo di sciogliere la nostra organizzazione”, ha detto un membro fondatore. Funzionari emiratini e bahreiniti hanno cercato di rassicurare la popolazione palestinese, riferendo che i due Paesi non abbandoneranno la loro causa, sebbene accusati di tradimento. È stato il ministro degli Esteri bahreinita, Abdullatif al-Zayani, a dichiarare, l’11 settembre, che il Bahrein sostiene l’Iniziativa per la pace araba del 2002, una proposta in base alla quale Israele dovrebbe ritirarsi dai territori occupati nel 1967.

 


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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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