Il fatto più importante della settimana, Israele, EAU e Bahrein

Pubblicato il 18 settembre 2020 alle 7:00 in Bahrein Emirati Arabi Uniti Israele

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Washington è stata testimone, martedì 15 settembre, della cerimonia per la firma degli accordi di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi Uniti (UAE) e Bahrein. Per quest’ultimo, firmare una simile alleanza con Israele non significa abbandonare la causa palestinese, ma unire gli sforzi per far fronte alla minaccia iraniana.

Secondo quanto riferito da un alto funzionario dell’amministrazione statunitense, la cerimonia è stata preceduta da accordi bilaterali tra i rappresentanti dei tre Paesi mediorientali e delegati statunitensi. A guidare le delegazioni vi sono stati il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed al-Nahyan, e il suo omologo bahreinita, Abdullatif bin Rashid al-Zayani.

Il primo patto, nominato “accordo Abraham”, è stato annunciato dal capo della Casa Bianca il 13 agosto, ed ha di fatto normalizzato le relazioni tra Israele e UAE. In particolare, Israele si è impegnato a sospendere l’annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania, così come annunciato in precedenza, sebbene il primo ministro israeliano, Netanyahu, abbia specificato di aver semplicemente deciso di “ritardare” l’annessione come parte dell’accordo con Abu Dhabi. Proprio Netanyahu si è più volte detto pronto a firmare un accordo storico, prevedendo che presto anche altri Paesi seguiranno l’esempio emiratino. Successivamente, il presidente Trump, l’11 settembre, ha annunciato che, dopo gli Emirati Arabi Uniti, anche il Bahrein aveva normalizzato le sue relazioni diplomatiche con Israele. La mossa, che, a detta del capo della Casa Bianca, ha l’obiettivo di allentare le tensioni in Medio Oriente, punta a frenare soprattutto le azioni dell’Iran, storico nemico di Washington e Tel Aviv.

Gli accordi rendono i due Paesi il terzo e il quarto Stato arabo che riconoscono la sovranità dello Stato d’Israele. Il primo era stato l’Egitto, nel 1979, e poi la Giordania, nel 1994. Il rappresentante degli EAU ha affermato che la decisione del suo Paese di normalizzare le relazioni con Israele ha “infranto la barriera psicologica” e rappresenta “la via da seguire” per portare pace nella regione mediorientale. Il premier israeliano ha aperto il suo discorso utilizzando la formula araba di saluto, che si traduce con “la pace sia con voi”. 

Negli stessi minuti in cui avveniva la firma degli accordi, l’esercito israeliano ha riferito che un allarme relativo alla presenza di missili è stato lanciato nelle città costiere israeliane di Ashkelon e Ashdod. L’attacco proveniva dalla Striscia di Gaza. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa Reuters. Tuttavia, il quotidiano israeliano Jerusalem Post ha aggiunto che 6 persone sarebbero rimaste ferite dai frammenti di razzi che hanno colpito un centro commerciale ad Ashdod. Nella striscia di Gaza, decine di palestinesi si erano radunati davanti ad un ufficio delle Nazioni Unite per condannare la normalizzazione dei rapporti con Israele, poco prima che la cerimonia della firma iniziasse alla Casa Bianca. “La Palestina non è in vendita”, hanno cantato i manifestanti.

Parallelamente, centinaia di palestinesi si sono radunati per le strade della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, in segno di protesta contro gli accordi di normalizzazione. I manifestanti si sono radunati perlopiù presso Nablus ed Hebron, mentre in decine hanno partecipato a proteste a Ramallah, sede dell’Autorità palestinese. “Tradimento”, “Gli accordi della vergogna” sono stati alcuni degli slogan inneggiati, mentre sul web migliaia di utenti hanno firmato la “Carta della Palestina”, avallata da circa 20 organizzazioni filopalestinesi, il cui testo recita: “Credendo nella giustizia della causa palestinese e in linea con la mia responsabilità nei suoi confronti, sono onorato di firmare la Carta della Palestina, attraverso la quale affermo che la Palestina è uno Stato arabo occupato e la sua liberazione è un dovere. L’entità sionista è un’entità occupante, razzista e usurpatrice della nostra moschea di Al-Aqsa e della terra di Palestina, e la normalizzazione con essa in tutte le sue forme è un tradimento”.

Nonostante le divisioni interne tra i 14 partiti e gruppi palestinesi, nel corso degli ultimi due mesi, spinti dai piani di annessione annunciati da Israele, Hamas e Fatah hanno mostrato la volontà di cooperare e di fare fronte comune in un quadro di “resistenza popolare congiunta”, volta a contrastare la decennale presenza israeliana. Un’atmosfera simile ha portato alla dichiarazione finale del 3 settembre, in cui le fazioni palestinesi hanno ribadito la propria opposizione al piano di Trump, all’accordo di normalizzazione e al progetto israeliano di annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania. 

È importante ricordare che la Cisgiordania è un territorio sotto occupazione militare israeliana, secondo le Nazioni Unite ed è quindi soggetto alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Un muro di separazione, lungo 570 km e costruito dalle autorità israeliane a partire dal 2002, segue la cosiddetta Linea Verde e divide i territori palestinesi da quelli israeliani, secondo le frontiere precedenti alla guerra del 1967. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori.

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione

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