La Somalia nomina il nuovo primo ministro mentre svela i piani per le prossime elezioni

Pubblicato il 18 settembre 2020 alle 16:06 in Africa Somalia

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Il presidente della Somalia, Mohamed Abdullahi Mohamed, ha scelto di nominare, come nuovo primo ministro, il neoarrivato Mohamed Hussein Roble. La decisione, annunciata venerdì 18 settembre, rafforzerà, secondo gli esperti, il potere del leader somalo, preparando il terreno per le nuove elezioni, previste per il prossimo anno.

Roble è stato definito dai media un “novellino” della politica, avendo studiato ingegneria civile. Tuttavia, prima di essere scelto dal presidente Mohamed, il neopremier ha lavorato per l’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia delle Nazioni Unite, affacciandosi al mondo della diplomazia e delle relazioni internazionali. Sostituisce Hassan Ali Khaire, licenziato a luglio dopo una controversia sull’opportunità o meno di ritardare le elezioni nazionali, programmate per il 2021. Secondo quanto annunciato dalla presidenza di Mogadiscio in un comunicato, Roble è stato scelto sulla base “della sua conoscenza, esperienza e capacità di portare avanti gli sforzi di costruzione dello Stato e lo sviluppo della nazione”. A lui è stato assegnato il compito di “formare immediatamente un nuovo esecutivo che conduca il Paese alle elezioni e compia sforzi significativi per consolidare i progressi in termini di sicurezza, ricostruzione delle forze armate, sviluppo delle infrastrutture e rafforzamento dei servizi di base”.

Nonostante la nazione del Corno d’Africa si stia avviando sulla strada di una lenta democratizzazione delle istituzioni statali, la corruzione continua ad essere endemica. Le forze di pace dell’Unione Africana, instauratesi nel Paese nel 2017, hanno iniziato a ridurre la loro presenza in Somalia, ma l’insurrezione islamista, guidata da al-Shabaab, continua a preoccupare la popolazione locale, lanciando attacchi mortali su base quasi quotidiana anche contro la capitale, Mogadiscio.

Le relazioni tra il governo federale e gli Stati regionali sono un altro motivo di debolezza per il Paese, dove persiste una lotta tra amministrazioni finalizzata all’acquisizione di risorse e potere. Il presidente Mohamed, di solito indicato con il suo soprannome “Farmajo”, ha in programma di ricandidarsi per un secondo mandato, in competizione con almeno altri due ex presidenti.

Dopo mesi di stallo, le autorità federali della Somalia e i rappresentanti degli Stati regionali hanno raggiunto un accordo, venerdì 18 settembre, sul modello elettorale da adottare in vista delle elezioni generali. In seguito a una serie di colloqui, durati almeno 5 giorni, il governo di Mogadiscio ha concordato di ripristinare, con leggere modifiche, il sistema basato sul voto per clan, che ha sempre caratterizzato le elezioni del Paese dal 1991 in poi. Da abbandonare, dunque, la speranza di vedere realizzata la prima elezione a suffragio universale nella storia della nazione del Corno d’Africa.

L’accordo sul modello elettorale è giunto dopo un blocco tra governo e opposizione, con quest’ultima che contestava al presidente il tentativo di portare avanti una strategia volta a prolungare il suo mandato. Farmajo, fervido sostenitore delle elezioni a suffragio universale, aveva promulgato, a febbraio, una controversa legge elettorale, che aveva visto la netta opposizione degli Stati regionali e della stessa Commissione elettorale, la quale aveva definito l’idea del suffragio universale “insostenibile”. La legge, che consentiva a ogni cittadino di scegliere direttamente chi votare, contrariamente al sistema attualmente in vigore in base al quale sono gli anziani dei clan a decidere, aveva l’obiettivo di superare la cosiddetta “formula 4.5”, che spartisce equamente il numero di seggi in Parlamento tra i quattro principali clan del Paese, riservando una quinta quota ai clan minori.

La Somalia vive una situazione di instabilità dal 1991, anno della caduta del dittatore Siad Barre. A quel tempo, i vari gruppi che contribuirono alla fine del regime non riuscirono a trovare un accordo, facendo cadere il Paese in una situazione di instabilità che si protrasse fino al 2012. Solo in quell’anno, dopo circa 12 anni di tentativi, fu istituito un governo di unità nazionale, a seguito del primo giuramento del Parlamento, avvenuto dopo 20 anni, e delle prime elezioni dal 1967.

Ad aggravare la già fragile situazione somala concorse, nel 2006, la nascita di Al-Shabaab, in arabo “la gioventù”, un’organizzazione politico-militare affiliata ad al-Qaeda. L’obiettivo del gruppo è tuttora quello di rovesciare il governo di Mogadiscio, appoggiato dall’Onu, per prendere il potere e imporre la propria visione della legge islamica, la Sharia. A tal proposito, la capitale somala è uno dei target preferiti del gruppo. I militanti di al-Shabaab sono stati cacciati da Mogadiscio nel 2011 ma, nonostante la presenza dell’AMISOM, un esercito dell’Unione Africana composto da circa 20.000 uomini, e nonostante l’aumento di attacchi aerei da parte degli Stati Uniti, i jihadisti si sono dimostrati incredibilmente resistenti. In seguito al ritiro del 1994, le truppe americane sono tornate a operare in Somalia nel gennaio 2007.

Il Country Report on Terrorism 2018 del governo degli Stati Uniti, come quello del 2017, ha inserito la Somalia tra i rifugi sicuri per il terrorismo in Africa, insieme alla regione del Lago Ciad e alla zona trans-sahariana. Il report riferisce che i terroristi somali utilizzano diverse aree del Paese per architettare e condurre attentati a causa dell’incapacità delle forze di sicurezza locali di attuare riforme e di adottare una legislazione utile ad innalzare la difesa della Somalia. 

Nel febbraio del 2017, il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, ha dichiarato lo Stato di guerra contro il gruppo terroristico.

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Chiara Gentili

di Redazione

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