Yemen: continuano le discussioni sullo scambio dei prigionieri

Pubblicato il 17 settembre 2020 alle 11:51 in Medio Oriente Yemen

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Rappresentanti del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale e dei ribelli sciiti Houthi hanno dato inizio, giovedì 17 settembre, ad una nuova fase di colloqui volti a finalizzare un accordo per lo scambio di 1.420 prigionieri.

La sede dell’incontro, che si tiene sotto l’egida delle Nazioni Unite in collaborazione con il Comitato internazionale della Croce Rossa, è Ginevra. Lo scambio dei prigionieri è uno dei punti stipulati nell’Accordo di Stoccolma del 13 dicembre 2018. Quest’ultimo è un patto in base al quale i ribelli sciiti Houthi avevano accettato, tra le diverse clausole, di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. Un altro punto riguarda lo scambio di prigionieri tra governo e ribelli, pari a circa 15.000 detenuti.

Da un lato, il governo ha consegnato un elenco composto da 8.567 nomi all’inviato delle Nazioni Unite, mentre, dall’altro lato, gli Houthi hanno chiesto il rilascio di 7.000 prigionieri. Tuttavia, l’attuazione dell’accordo ha fin dall’inizio incontrato diversi ostacoli dovuti alla divergenza tra i firmatari circa l’interpretazione di una serie di disposizioni. Secondo una proposta avanzata dall’Onu, l’operazione dovrebbe avvenire in due fasi. In un primo momento sia il governo yemenita sia gli Houthi scambieranno 1.030 prigionieri, mentre successivamente ne verranno rilasciati altri 390 per ciascuna parte.

In tale quadro, il 16 febbraio 2020, a seguito di un meeting svoltosi in Giordania, nella capitale Amman, le Nazioni Unite avevano riferito che il governo yemenita e la controparte Houthi si erano detti concordi nell’attuare la prima fase di scambio dei prigionieri, in cui il numero di detenuti rilasciati da entrambe le parti avrebbe raggiunto quota 14.000. Tuttavia, le operazioni militari dei giorni successivi e l’escalation tuttora in corso ha ulteriormente ostacolato l’attuazione dell’intesa.

Circa l’incontro del 17 settembre, il sottosegretario al Ministero dei Diritti umani e membro del team governativo del Comitato dei prigionieri, Majid Fadayel, ha affermato che si cercherà di trovare un meccanismo per liberare tutti, secondo il principio dello scambio di “tutti per tutti”. Tuttavia, si prevede che si procederà dapprima al rilascio di 1.420 detenuti, per poi proseguire alla liberazione totale in fasi successive. Nello specifico, si tratta di 900 prigionieri Houthi in cambio di circa 520 prigionieri del governo. Tra i detenuti che probabilmente verranno rilasciati vi è il generale di brigata Nasser Mansour Hadi, fratello del presidente yemenita Rabbo Mansour Hadi, accanto a circa 19 tra prigionieri politici e giornalisti sauditi.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, il completamento dell’accordo consentirebbe all’inviato delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, di ottenere un primo risultato nella cornice della crisi yemenita. Inoltre, se effettivamente attuato, si tratterà del maggiore scambio di prigionieri avvenuto dall’inizio del conflitto.

Quest’ultimo è scoppiato il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. In tale quadro, il 26 marzo 2015 l’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere il presidente Hadi, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. 

I colloqui del 17 settembre si svolgono in un momento in cui i fronti di battaglia continuano ad essere testimoni di scontri e bombardamenti. Tra le aree maggiormente bersagliate vi è il governatorato centrale di Ma’rib, ricco di risorse petrolifere, accanto a Khub, Al-Sha`af e Al-Jawf. Si tratta di governatorati oggetto di una violenta escalation sin dall’inizio della metà del mese di gennaio 2020. Il primo marzo, gli Houthi erano riusciti ad occupare la città di Hamz, capoluogo della provincia settentrionale strategica di al-Jawf, costringendo le forze governative a ritirarsi verso Est, e, nello specifico, verso la città desertica di al-Jar, a seguito della seconda grande sconfitta in un mese. Per i ribelli è stata una delle conquiste più rilevanti degli ultimi anni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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