Trump Nobel alla pace?

Pubblicato il 17 settembre 2020 alle 15:52 in Il commento USA e Canada

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Trump è stato candidato al Nobel per la pace, per il suo ruolo nella normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti. Non ci sono dubbi sull’importanza del processo in atto, che sta coinvolgendo anche altri Paesi. Questa rubrica si rallegra e riconosce a Trump il valore del suo impegno. Il problema è che questo entusiasmo è, in larga parte, ingiustificato, per due ragioni rilevantissime. La prima ragione è che Trump ha concepito questa pace per alimentare il clima di guerra contro l’Iran, come lo stesso Mike Pompeo, il segretario di Stato americano, ha confermato in un’intervista a Fox News. È proprio questo l’obiettivo strategico che lega Israele, Trump e Arabia Saudita: portare l’Iran al collasso civile, politico ed economico, rimanendo sempre pronti per un attacco militare. Sappiamo quanto Trump abbia cercato di provocare una guerra con l’Iran, prima stracciando gli accordi di Obama sul nucleare e poi uccidendo il generale Soleimani, il 3 gennaio 2020. È un paradosso frequente nella storia: l’uomo comune esulta per la pace, senza sapere che i capi di Stato parlano spesso di pace per fare la guerra. Questo paradosso, che chiameremo il “paradosso della pace per la guerra”, si verificherà sempre, anche perché l’uomo comune non ha il tempo, o le risorse culturali, per seguire la politica internazionale in tutta la sua complessità. Egli si reca in edicola con una gerarchia di priorità. La sua prima preoccupazione è la politica interna, che ha ricadute dirette e immediate su quello che accade davanti alla sua porta di casa. È ciò che i sociologi chiamano la “realtà della vita quotidiana” ovvero la realtà che sentiamo sulla pelle. Nel poco tempo che gli resta, e se ha gli strumenti intellettuali, l’uomo comune si occupa anche della politica internazionale. Ne consegue che le dichiarazioni di Pompeo sono ignote a milioni di italiani, i quali esultano per il riavvicinamento tra Israele e i Paesi del Golfo, senza sapere che, oltre a entusiasmarsi, dovrebbero anche preoccuparsi. Questa preoccupazione tarda ad affermarsi perché la politica internazionale pertiene a un secondo livello della realtà, una realtà più distante, che si presenta davanti alla porta di casa in modo indiretto e mediato. Se il governo Conte accetta i fondi europei per fronteggiare il coronavirus, o se riapre le scuole il 14 settembre, le conseguenze sulla vita dell’uomo comune sono immediate e dirette. Se però scoppia una guerra con l’Iran, le conseguenze si faranno sentire un po’ alla volta. Molto spesso, ciò che accade nel secondo livello della realtà, la realtà della politica internazionale, finisce per travolgere un Paese nel lungo periodo, ma l’uomo comune non può saperlo. Per l’uomo comune, gli sbarchi dei migranti in Sicilia sono più importanti dell’invasione americana dell’Iraq, da cui è nato l’Isis, che ha poi realizzato gli attentati in Europa. Che cosa è più dannoso, per la sicurezza di uno Stato, tra gli sbarchi dei migranti e l’attentato del Bataclan? Nessuno biasimi l’uomo comune: la realtà di secondo livello non può essere più importante della realtà di primo livello, senza un sovvertimento completo delle coordinate di spazio e di tempo e, quindi, senza un sovvertimento totale del significato della vita. Per bilanciare gli effetti di questa legge universale, gli Stati più energici e vitali investono miliardi di dollari nello studio della politica internazionale, che viene affidato alle migliori università del mondo, come il Massachusetts Institute of Technology o Harvard. Gli Stati che non investono in questo settore di studi hanno opinioni pubbliche più ingenue, che faticano a cogliere il paradosso della pace per la guerra. Veniamo adesso alla seconda ragione che dovrebbe ridurre l’entusiasmo per il riavvicinamento tra Israele e i paesi del Golfo. Si tratta della radicalizzazione del popolo palestinese. Gli estremisti di Hamas e i moderati di Fatah, per ora divisi, si stanno avvicinando per unire le loro forze contro Israele. I palestinesi sentono che saranno loro a pagare l’abbraccio tra Israele e i Paesi del Golfo. È comprensibile che non si fidino: Trump, finora, li ha soltanto penalizzati. Ha riconosciuto Gerusalemme quale capitale di Israele, senza chiedere niente in cambio per i palestinesi, e ha concepito un piano di pace per la Palestina, che Abu Mazen ha commentato con queste parole: “Trump ci porta in una guerra senza fine”.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

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di Redazione

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