La risposta della Siria a Trump: gli USA, uno “Stato canaglia”

Pubblicato il 17 settembre 2020 alle 9:12 in Siria USA e Canada

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A seguito delle dichiarazioni del capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro il presidente siriano, Bashar al-Assad, nelle quali ha ammesso di averne ordinato l’uccisione, il Ministero degli Esteri di Damasco ha definito gli USA uno “Stato canaglia”.

In particolare, durante un’intervista telefonica su Fox News, il 15 settembre, Trump ha ammesso di aver ordinato di eliminare il presidente siriano nel 2017, a seguito di un attacco con armi chimiche. “Avevo tutto pronto. Ma Mattis non voleva farlo”, ha riferito il presidente USA, che ha poi lanciato un attacco contro l’ex segretario alla Difesa, definito “un generale estremamente sopravvalutato” e un “militare terribile, un leader terribile”. Tali dichiarazioni fanno riferimento ad eventi che hanno avuto luogo durante il mese di aprile del 2017. Nello specifico, il 4 aprile 2017, un raid aereo ha colpito la città di Khan Sheikhoun, in una zona controllata dai ribelli che si opponevano al regime di Assad, nel Nord Ovest della Siria. L’opposizione aveva immediatamente accusato il presidente di aver utilizzato armi chimiche, mentre Assad ha negato un suo coinvolgimento.

A seguito delle rivelazioni di Trump, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa siriana SANA, il Ministero degli Esteri di Damasco ha affermato che le dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca dimostrano che l’amministrazione statunitense rappresenta “uno Stato canaglia e fuorilegge”, che impiega i medesimi metodi e strumenti di uccisione utilizzati dalle organizzazioni terroristiche, con il fine ultimo di soddisfare i propri interessi, senza tener conto di eventuali norme e controlli. Inoltre, una fonte ufficiale del Ministero siriano, riportata da SANA, ha dichiarato che le parole di Trump sono altresì indice del “livello al quale si è abbassato il pensiero e il comportamento politico sconsiderato dell’amministrazione USA”, legata ad un “gruppo di banditi” che perpetrano crimini per giungere ai propri obiettivi.

Oltre a tale ultimo scontro verbale, Washington e Damasco hanno messo più volte in luce le proprie divergenze, soprattutto in merito al petrolio siriano, il quale rappresenta un “argomento radioattivo”. In particolare, il governo di Assad ha spesso accusato gli Stati Uniti di furto delle risorse petrolifere siriane, dopo che Trump ha annunciato la permanenza di 500 soldati delle Forze speciali nella regione controllata dai gruppi curdi. A tal proposito, gli USA hanno spesso chiuso un occhio sul traffico di petrolio tra i curdi e il governo siriano. Inoltre, una buona quantità di petrolio viene venduta a prezzi ridotti anche al Kurdistan iracheno.

Altra questione fonte di attrito è rappresentata dal cosiddetto Caesar Act, una legislazione elaborata da Washington che sanziona il regime siriano, incluso il presidente Assad, per i crimini di guerra commessi contro la popolazione siriana e colpisce industrie siriane, dal settore militare alle infrastrutture e all’energia, così come privati ed entità iraniane e russe che forniscono finanziamenti o altro tipo di assistenza al presidente siriano. Inoltre, è previsto altresì il congelamento degli aiuti destinati alla ricostruzione della Siria.

Le sanzioni sono entrate in vigore il 17 giugno scorso, sebbene il documento fosse stato firmato dal capo della Casa Bianca e approvato da entrambe le camere del Congresso nel mese di dicembre 2019. L’entrata in vigore di tale legislazione è giunta in un momento in cui la Siria, devastata dal perdurante conflitto, si è trovata a far fronte ad una grave crisi economica, aggravata altresì dalla crescente svalutazione della moneta locale.

Washington e, nello specifico, l’ambasciata USA in Siria, ha chiarito, il 10 giugno, le motivazioni alla base delle proprie misure. “Bashar al-Assad e il suo regime sono direttamente responsabili del crollo economico siriano, in quanto spendono decine di milioni di dollari ogni mese per finanziare una guerra non necessaria contro il popolo siriano invece di soddisfare i loro bisogni di base” è stato affermato in un tweet.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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