Gli Stati Uniti accusano la Cina di “bullismo”

Pubblicato il 17 settembre 2020 alle 21:22 in Cina USA e Canada

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Il principale diplomatico statunitense per l’Asia Orientale, David Stilwell, ha affermato che le recenti azioni della Cina in tutto il mondo sono state quelle di un “bullo senza regole” e non di un attore responsabile. 

Il 17 settembre, Stilwell ha tenuto un’audizione di fronte alla Commissione per le Relazioni Estere del Senato, sul tema dei rapporti con Pechino. Il diplomatico ha affermato che gli Stati Uniti non hanno chiesto ad altri Paesi di scegliere da che parte stare, ma solo di opporsi al comportamento “maligno” della Cina e di proteggere la propria sovranità e i propri interessi economici. Allo stesso tempo, Stilwell ha affermato che la concorrenza degli USA con la Cina non deve portare al conflitto e che la Casa Bianca ha cercato di cooperare con Pechino dove gli interessi si allineavano, ad esempio in Corea del Nord. Stilwell ha aggiunto che negli ultimi mesi ci sono stati “esempi particolarmente eclatanti della condotta cinese”. Questi includono la violenza al confine con l’India e le mosse “aggressive” nel Mar Cinese Meridionale, intorno a Taiwan e nelle controversie tra la Cina e il Giappone. Il diplomatico ha anche fatto riferimento a presunti tentativi cinesi di “spazzare via” la cultura mongola e tibetana, “una continua campagna di repressione e lavoro forzato” nello Xinjiang e all’imposizione da parte di Pechino di una legge “draconiana” sulla sicurezza nazionale a Hong Kong. “Queste non sono le azioni di un attore globale responsabile, ma di un bullo senza legge”, ha detto.

L’ambasciata cinese, da parte sua, non ha ancora risposto alla richiesta di commento sulle osservazioni di Stilwell. Tuttavia, Pechino definisce abitualmente critiche di questo tipo inesatte e faziose. I rapporti tra Washington e Pechino sono peggiorati a partire dall’avvio della guerra commerciale, che è cominciata il 23 marzo 2018, quando gli USA hanno imposto dazi del 25% e del 10% sulle importazioni rispettivamente di acciaio e alluminio. Tale decisione ha direttamente colpito la Cina. Lo stesso giorno, Trump ha annunciato un piano di tariffe e sanzioni commerciali sui beni importati per un valore stimato intorno ai 60 miliardi di dollari. Pechino ha risposto il giorno seguente, annunciando tasse nei confronti di 128 prodotti americani per un valore di 3 miliardi di dollari. Il 6 luglio 2018 gli Usa hanno imposto dazi addizionali del 25% su altri prodotti cinesi, per un valore di altri 34 miliardi di dollari, dando avvio, secondo Pechino, alla “più grande guerra commerciale della storia economica”. Ulteriori trance di tariffe sono state implementate da entrambi i Paesi nei mesi successivi. 

L’Accordo economico-commerciale “di fase 1” firmato il 15 gennaio scorso alla Casa Bianca da Liu He e da Trump era stato il primo passo concreto verso la fine della guerra dei dazi. Tra le clausole dell’intesa, figura l’acquisto da parte cinese di beni statunitensi per 77 miliardi di dollari entro il primo anno dalla firma ma, al momento, le importazioni di Pechino starebbero procedendo ad un ritmo ben più lento del necessario. Ad esempio, nonostante la Cina abbia aumentato l’acquisto di prodotti agricoli tra cui la soia, è ancora lontana dalla cifra di 36,5 miliardi di dollari di spesa per l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi, come mostrato dall’ Ufficio del censimento USA che ha finora registrato esportazioni di beni agricoli verso la Cina per 7,274 miliardi. Lo stesso si può dire per il settore energetico, nel quale la Cina ha acquistato prodotti solamente per il 5% dei 25,3 miliardi promessi per la prima metà del 2020 ma le compagnie petrolifere statali di Pechino hanno ingaggiato per i mesi di settembre e agosto petroliere in grado di trasportale almeno 20 milioni di barili di greggio statunitense.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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