Afghanistan: i talebani escludono un cessate il fuoco

Pubblicato il 17 settembre 2020 alle 12:12 in Afghanistan Asia

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Il portavoce dei talebani, Mohammad Naeem, ha dichiarato che il gruppo non accetterà un cessate il fuoco, per il momento. Prima, è necessario discutere le principali ragioni alla base della guerra in Afghanistan.

Il portavoce ha poi aggiunto che i talebani si sono impegnati nella riduzione delle violenze, con l’inizio del turno preliminare dei colloqui, che è iniziato il 13 settembre. Naeem ha anche denunciato il fatto che il governo afghano, invece, non ha fermato le sue operazioni offensive. “Non è possibile porre fine a 20 anni di guerra in un’ora. Dal nostro punto di vista, sarà logico discutere dei principali problemi del Paese e della guerra e poi finalizzare un cessate il fuoco in modo che il problema venga risolto in modo permanente”, ha affermato Mohammad Naeem. “Supponiamo di annunciare un cessate il fuoco oggi, ma poi non riusciamo a raggiungere un accordo al tavolo dei negoziati domani, andiamo di nuovo in guerra? Cosa significa?”, ha incalzato il portavoce, che ha sottolineato che i talebani non rinunceranno all’istituzione di un sistema islamico in cui si riflettano i valori dei cittadini. “Uno dei nostri obiettivi era porre fine all’invasione dell’Afghanistan, l’altro era che ci fosse un vero sistema islamico”, ha sottolineato Naeem. 

Sono passati 5 giorni dalla cerimonia di apertura dei colloqui intra-afghani a Doha, in Qatar. Ma le due parti non sono riuscite a finalizzare le procedure in cui verranno condotti i negoziati. Permangono le posizioni differenti delle due parti sul futuro dell’Afghanistan. Il leader della delegazione talebana, Mullah Baradar Akhund, ha affermato che il Paese dovrebbe reggersi su un sistema islamico in cui tutte le tribù ed etnie possano riconoscersi senza discriminazioni, in un clima di fratellanza. Tuttavia, non è ancora chiaro quale sia la visione talebana per il futuro politico dell’Afghanistan al di là di istituire un governo islamico, in quanto gli sforzi dei militanti sono stati finora indirizzati al ritiro delle truppe statunitensi dal Paese. Invece, il vicepresidente del governo di Kabul, Amrullah Saleh, il 13 settembre, ha affermato che non ci sarà alcun compromesso sul tipo di governo per l’Afghanistan. Saleh ha reso noto che il direttore senior per l’Asia Meridionale e Centrale presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Lisa Curtis, gli ha assicurato che Washington salvaguarderà il quadro politico del Paese durante i colloqui. 

I negoziati sono stati resi possibili da un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato a Doha, il 29 febbraio. Sulla base di tale intesa, la Casa Bianca si è impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan e a concludere il ritiro totale entro 14 mesi dalla firma dell’accorso. Oltre a questo, nella stessa occasione, gli USA avevano negoziato con i talebani anche il rilascio di 5.000 prigionieri loro affiliati dalle carceri afgane, come condizione preliminare per la partecipazione del gruppo ai colloqui di pace con il governo di Kabul. Se questi ultimi si rivelassero efficaci, rappresenterebbero una determinante conquista diplomatica dell’amministrazione del presidente USA, Donald Trump, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo 3 novembre. Fino a tale momento, i talebani non avevano accettato di partecipare a colloqui diretti con l’esecutivo di Kabul, appoggiato da Paesi occidentali, in quanto non lo ritengono un governo legittimo. 

Le ragioni alla base di tale situazione sono legate alla storia del Paese. A seguito della fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, il Paese ha vissuto grandi divisioni. Nel 1996 i talebani avevano il controllo di gran parte del Paese, ottenuto in seguito a una sanguinosa guerra civile combattuta contro le varie fazioni locali. Nel 2001, in seguito agli episodi dell’11 settembre, gli USA hanno invaso l’Afghanistan, in quanto era stato da lì che Al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli Stati Uniti ed era lì che si nascondeva il leader dell’organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani.In totale sono stati 2.300 i soldati statunitensi che hanno perso la vita in Afghanistan e 20.000 quelli feriti.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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