Yemen: ritorna lo “spettro della fame”, incolpati i Paesi del Golfo

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 10:03 in Medio Oriente Yemen

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Le Nazioni Unite hanno messo in guardia dall’emergenza carestia che potrebbe presto causare un esacerbarsi della situazione umanitaria in Yemen. Ad essere accusati sono alcuni Paesi del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (UAE) e Kuwait.

L’avvertimento è giunto dal capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, Mark Lowcock, il 15 settembre, il quale ha dichiarato al Consiglio delle Nazioni Unite che il rischio carestia in Yemen, considerato il Paese più povero del mondo arabo, era stato scongiurato due anni fa, quando i donatori internazionali erano riusciti a soddisfare il 90% dei requisiti di finanziamento stabiliti dalle Nazioni Unite, consentendo alle agenzie umanitarie di aumentare gli aiuti mensili, passando da 8 a 12 milioni di destinatari, e salvare “milioni di vite”.

Ora, però, ha affermato Lowcock, lo spettro della fame è riemerso. Nello specifico, solo il 30% degli aiuti richiesti dalle Nazioni Unite ha trovato risposta, il che equivale a circa 1 miliardo di dollari, rispetto ai 3.4 miliardi richiesti nel 2020. Ciò significa che i programmi di assistenza in materia di risorse alimentari, idriche e assistenza sanitaria sono stati costretti ad effettuare tagli, a scapito delle condizioni di vita di circa 9 milioni di yemeniti. Di fronte a tale scenario, il funzionario dell’Onu ha puntato il dito contro alcuni Paesi del Golfo e, in particolare, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, i quali, negli ultimi anni, sono stati tra i principali donatori, mentre ora sono venuti meno al proprio impegno.

Alludendo a impegni finanziari che non sono stati trasformati in contributi effettivi, Lowcock ha affermato: “È particolarmente riprovevole promettere denaro” e dare speranze, senza poi mantenere le promesse fatte. “Continuare a bloccare fondi sarà una condanna a morte per molte famiglie”. Pertanto, tutti i donatori sono stati esortati ad adempiere ai propri impegni e ad aumentare l’assistenza promessa.

Già il 2 giugno scorso, le Nazioni Unite avevano riferito di essere riuscite a raccogliere soltanto 1.35 miliardi di dollari in aiuti umanitari per lo Yemen da parte dei donatori internazionali, rispetto ai 2.41 miliardi previsti. Per l’organizzazione, il Paese era sull’orlo di una “macabra tragedia”. Il mancato raggiungimento di tali fondi comporterebbe la chiusura di circa 30 dei 41 programmi intrapresi in Yemen. Tuttavia, i donatori internazionali avevano promesso una somma pari a 1.35 miliardi, di cui 500 milioni stanziati dall’Arabia Saudita. Si trattava, pertanto, di circa 1 miliardo in meno rispetto all’obiettivo prefissato, ed equivalente a metà della somma promessa nel 2019, pari a 2.6 miliardi.

Circa 24 milioni di yemeniti, pari all’80% dell’intera popolazione, richiede assistenza e protezione, mentre due terzi fanno affidamento alle risorse alimentari provenienti da donatori e organizzazioni esterne per sopravvivere. Secondo le stime del World Food Programme (WFP), del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il numero di yemeniti colpiti da una grave insicurezza alimentare potrebbe passare da 2 milioni a 3.2 milioni, soprattutto nel Sud del Paese. Oltre al perdurante conflitto, in corso da circa cinque anni, anche lo Yemen deve far fronte all’emergenza coronavirus e alle conseguenze da essa derivanti, a cui si sono aggiunte ulteriori problematiche. “Gli shock economici, il conflitto, le inondazioni, le locuste e ora l’epidemia di coronavirus hanno scatenato una tempesta che si ripercuote sui risultati raggiunti in materia di sicurezza alimentare”, hanno affermato le organizzazioni in una dichiarazione congiunta il 22 luglio.

Il 15 settembre, Lowcock e l’inviato speciale dell’Onu in Yemen, Martin Griffiths, hanno poi espresso preoccupazione per la recente escalation, tuttora in corso, nel governatorato centrale di Ma’rib, il quale ospita centinaia di migliaia di sfollati yemeniti. “Ad agosto, sono stati uccisi più civili in tutto il Paese rispetto a qualsiasi altro mese di quest’anno”, ha affermato Lowcock, mentre Griffiths ha riferito di aver inviato a tutte le parti in conflitto una bozza di “dichiarazione congiunta” per una risoluzione al conflitto. Inoltre, l’inviato speciale ha dichiarato che un’ulteriore escalation nelle aree centrali yemenite non solo costringerebbe coloro che hanno cercato rifugio a fuggire di nuovo, ma avrebbe implicazioni politiche, minando “le prospettive di convocare un processo politico inclusivo che porti a una transizione basata sul partenariato e sulla pluralità”.

Il conflitto civile in Yemen è in corso da circa cinque anni. Questo è scoppiato il 19 marzo 2015, data in cui i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali yemenite. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. È dal 26 marzo 2015 che l’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto yemenita per sostenere il presidente legato al governo legittimo, Rabbo Mansour Hadi. In particolare, Riad guida una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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