Ministro degli Esteri cinese in Mongolia, la popolazione protesta

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 13:04 in Cina Mongolia

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Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è recato in visita in Mongolia, dal 15 settembre, dove è stato ricevuto prima dal ministro degli Esteri, Nyamtseren Enkhtaivan, e poi, il 16 settembre, dal primo ministro, Ukhnaagiin Khurelsukh, a Ulan Bator.  Nonostante i solidi legami che intercorrono tra i due Paesi, al suo arrivo nella capitale mongola, però, alcuni manifestanti hanno protestato contro la presenza del ministro cinese per la recente decisione di Pechino di limitare l’insegnamento della lingua mongola nella propria regione autonoma della Mongolia Interna.

Wang è stato il primo politico estero a recarsi nel Paese, dall’insediamento del nuovo governo della Mongolia, decretato dalle elezioni parlamentari del 24 giugno scorso, alle quali è risultato vincitore il Partito Popolare di Mongolia, nonché dalla diffusione del coronavirus. La Cina è il principale partner estero della Mongolia e il contenuto dell’incontro tra Wang e il primo ministro mongolo riportato sul portale del Ministero degli Esteri cinese riflette tale posizione.

La parte mongola ha dichiarato che la linea guida primaria della sua politica estera è rappresentata dallo sviluppo di relazioni amicali e di cooperazione con la Cina. Alla luce del legame che lega Ulan Bator a Pechino, la Mongolia ha espresso il proprio sostegno per il principio “una sola Cina” e ha ribadito che non interferirà mai negli affari interni cinesi. Al contrario, il Paese ha dichiarato di comprendere e sostenere le varie politiche interne ed estere della Cina.

 Wang e Khurelsukh hanno ricordato che nell’emergenza coronavirus i due Paesi si sono aiutati reciprocamente e la Mongolia ha voluto cogliere l’occasione per ringraziare le Cina degli aiuti e delle informazioni in materia di prevenzione fornite. Il giorno prima, Wang ha poi sottolineato che, durante il momento più grave dell’emergenza in Cina, il presidente della Mongolia, Khaltmaagiin Battulga, è stato il primo leader straniero a recarsi in visita nel Paese al quale ha simbolicamente donato un gregge di 30.000 ovini.

Nel 2021 ricorrerà invece il 100esimo anniversario dalla fondazione sia del Partito popolare di Mongolia sia del Partito comunista cinese e, in vista di tale avvenimento, Wang e Khurelsukh hanno ribadito l’intenzione di approfondire i legami tra i due Partiti. Oltre a questo, i due Paesi intendono approfondire le relazioni di partenariato strategico globale dalle quali sono legate. Wang stesso ha affermato che l’obiettivo della sua visita è proprio quello di intensificare la cooperazione che lega le due Nazioni asiatiche e ha ribadito che questo sarà uno degli obiettivi delle politiche estere di confine della Cina.

Tuttavia, proprio all’apertura della visita di Wang, il 15 settembre, nella capitale mongola, Ulan Bator, sono state organizzate proteste contro la decisione di Pechino di limitare l’insegnamento della lingua mongola nella propria regione autonoma della Mongolia interna. Circa 100 manifestanti si sono radunati nella piazza principale della città indossando abiti tradizionali mongoli e hanno declamato slogan quali “Wang Yi vattene”. Nella stessa giornata, durante l’incontro con la sua controparte, Wang aveva ribadito la necessità per i due Paesi di rispettare la rispettiva sovranità, accrescere la fiducia politica reciproca ed evitare di interferire negli affari interni l’uno dell’altro.

In Cina, dal 31 agosto, si erano verificate rare proteste che hanno coinvolto molte persone, di cui 23 sono state arrestate, proprio in Mongolia interna, dove vive una minoranza etnica di lingua mongola che conta circa 4,2 milioni di persone. La popolazione locale era scesa in strada dopo che l’esecutivo di Pechino aveva deciso di sostituire la lingua d’insegnamento di tre materie, lingua e letteratura, politica e storia, nelle scuole primarie e secondarie passando dal mongolo al cinese. Per la minoranza etnica si era trattato di un tentativo volto a far scomparire la lingua e la cultura mongole. Alle proteste avevano partecipato genitori e bambini, erano state organizzate anche petizioni on-line che avevano raccolto migliaia di firme e in molti avevano deciso di ritirare i propri figli dalle scuole. Dal canto suo, però, Pechino ha dichiarato che la decisione era stata necessaria e adottata per consentire alla minoranza etnica di avere maggiori opportunità lavorative e di integrarsi con l’etnia maggioritaria della società cinese, ossia quella Han.

Secondo alcuni media stranieri, la polizia avrebbe arrestato e trattenuto molte persone di tutte le età per due settimane consecutive e avrebbe fatto firmare ad una parte degli abitanti della regione dichiarazioni in cui si promettava di non parlare più della questone dell’insegnamento in lingua mongola. Anche una reporter del Los Angeles Times, Alice Su, sarebbe stata arrestata per circa 4 ore nonostante avesse dichiarato di essere una giornalista accreditata, le sarebbe stato negato di contattare l’ambasciata e sarebbe poi stata espulsa dalla regione.

Oltre ad incontrare l’opposizione della popolazione della Mongolia interna, la scelta di Pechino aveva indispettito anche alcune figure di primo piano della politica mongola come, ad esempio, l’ex presidente del Paese dal 2009 al 2017, Cahiagijn Elbegdorj, che aveva parlato di “genocidio culturale”. In alcune dichiarazioni rilasciate sui social media, Elbegdorj aveva affermato che apprendere e utilizzare la propria lingua madre è un diritto inalienabile e rispettarlo è un’opportunità per la Cina di dimostrarsi una potenza responsabile e rispettabile. L’ambasciatore cinese in Mongolia, Chai Wenrui, aveva risposto alle affermazioni dell’ex-presidente mongolo affermando che la diffusione di informazioni false sulla situazione in Mongolia interna avrebbe potuto danneggiare le relazioni tra Ulan Bator e Pechino.

Alcuni osservatori hanno notato come l’approccio adottato da Pechino nei confronti della minoranza mongola sia sempre stato mite rispetto a quello scelto, ad esempio, per la minoranza etnica degli Uiguri nel Xinjiang. Tuttavia, negli ultimi vent’anni il governo cinese avrebbe adottato politiche di ricollocamento di massa degli allevatori mongoli nelle aree urbane e avrebbe fatto trasferire cinesi di etnia Han nelle praterie che occupavano.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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