Massacro dell’Università Centroamericana: 133 anni di carcere ad ex militare salvadoregno

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 6:28 in America centrale e Caraibi Spagna

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Quasi 31 anni dopo il massacro dell’Università Centroamericana, l’Alta Corte spagnola ha condannato l’ex viceministro della pubblica sicurezza di El Salvador ed ex colonnello Inocente Orlando Montano a 133 anni e quattro mesi di prigione per aver ordinato, insieme ad altri alti comandi militari salvadoregni, gli “omicidi terroristici” di cinque Gesuiti spagnoli, tra cui il teologo della liberazione Ignacio Ellacuría. Per ciascuno di questi crimini viene condannato a 26 anni, otto mesi e un giorno di reclusione. Il tribunale riconosce inoltre Montano colpevole della morte in quello stesso attacco di un altro sacerdote, di una collaboratrice domestica e di sua figlia, ma non può condannarlo perché quelle tre vittime non erano di nazionalità spagnola.

Di tutti i responsabili di quell’ordinanza, solo Inocente Orlando Montano poteva essere processato in Spagna, poiché tre anni fa era stato estradato a Madrid dagli Stati Uniti, dove stava scontando una pena per un reato di immigrazione illegale. Gli Usa hanno estradato Montano solo per le cinque vittime spagnole, quindi il Tribunale nazionale non ha potuto condannarlo qui anche per i tre salvadoregni, sebbene lo consideri altrettanto colpevole. Il resto dei militari coinvolti nel massacro non è mai stato condannato e rimane libero in El Salvador .

Il massacro avvenne all’alba del 16 novembre 1989, quando membri dell’Alto Comando salvadoregno, compreso Montano, ordinarono a un battaglione del loro esercito di irrompere nell’Università Centroamericana (UCA), di cui Ellacuría era il rettore. Un gruppo di 40 uomini “addestrati dall’esercito degli Stati Uniti e pesantemente armati” ha condotto i gesuiti fuori dalle loro stanze e li ha uccisi con mitragliatrice. Pochi secondi dopo, i militari hanno trovato due donne accovacciate in una stanza e hanno anche sparato contro di loro “fino a dividerle praticamente a metà”, secondo la sentenza datata e rilasciata l’11 settembre.

La condanna, concordata all’unanimità nella Seconda Camera Penale dell’Alta Corte Nazionale di Madrid, condivide quasi interamente la richiesta di 150 anni della Procura e delle parti civili e rappresenta un passo storico nella prosecuzione di un crimine di massa per cui nessun alto funzionario politico e militare in El Salvador è stato mai condannato. La sentenza stessa, letta questo venerdì, avalla la tesi della Corte Suprema, che all’epoca considerava il processo tenuto in El Salvador non solo privo di garanzie per la punizione e il perseguimento dei colpevoli, ma piuttosto “organizzato per garantirne l’impunità nel quadro di un sistema giudiziario, che soffre di un deficit di indipendenza e imparzialità”. 

Dal punto di vista giudiziario, il caso è iniziato con una denuncia dell’Associazione spagnola per i diritti umani, accolta dal Tribunale nazionale nel 2008.

La sentenza è così esplicita da affermare che gli omicidi “sono stati commessi dall’apparato statale, il che è comunemente indicato come terrorismo di Stato, che è forgiato da alcuni centri di potere, come il caso in esame, all’interno dell’Alto Comando delle Forze Armate, a cui apparteneva l’imputato e dove è stata presa la decisione”. Infatti, la Corte ritiene provato che al delitto ha partecipato “un gruppo stabile e permanente, che dalle più alte sfere del potere in El Salvador e composto dallo stesso Presidente della Repubblica [all’epoca Alfredo Cristiani], ha fatto ricorso alla violenza e ha commesso gravi crimini”.

Il delitto è stato pianificato per giorni da un gruppo di comandanti militari di alto rango, tra cui Montano. L’esercito salvadoregno ha accusato i gesuiti di collaborare con i guerriglieri del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale (FMLN) e ha lanciato una campagna di molestie per diversi giorni attraverso la sua radio ufficiale in collusione con gruppi paramilitari e formazioni di estrema destra. Nei giorni precedenti la strage, a San Salvador furono distribuiti volantini con scritto: “Aiuta la patria, uccidi un prete”.

I gesuiti cercavano da diversi anni di mediare tra il governo e l’FMLN per raggiungere un accordo di pace che avrebbe posto fine a una guerra civile che era già costata decine di migliaia di morti. Nel loro lavoro per porre fine alle violenze, i sacerdoti hanno denunciato le violazioni dei diritti umani commesse da unità militari e cellule di estrema destra contro i contadini salvadoregni. La sentenza afferma che i gesuiti erano stati l’obiettivo durante quel decennio di “minacce di morte, perquisizioni e attacchi contro l’Università Centroamericana”.

Già nel 1980 la tensione tra la Chiesa Cattolica e l’estrema destra era costata la vita all’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero.

La guerra civile in El Salvador fu combattuta tra il 1979 e il 1990, provocò circa 75.000 vittime, di cui 20.000 militari, 7.000 guerriglieri e 48.000 civili, per la maggior parte contadini. 

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

 

 

di Redazione

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