Gli Stati Uniti insistono: necessarie le sanzioni dell’ONU contro l’Iran

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 19:00 in Iran USA e Canada

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Il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha dichiarato che gli Stati Uniti torneranno alle Nazioni Unite per insistere sull’imposizione delle sanzioni contro l’Iran e faranno tutto il necessario per assicurarsi che tali misure vengano applicate.

Pompeo ha rilasciato tali commenti durante una conferenza stampa congiunta a Washington con il ministro degli Esteri britannico, Dominic Raab. Per quanto riguarda la questione delle sanzioni presso le Nazioni Unite, gli USA hanno tentato di avviare una procedura presso l’ONU, il 20 agosto, per le violazioni iraniane dell’accordo sul nucleare del 2015. La richiesta era stata inviata anche se Washington ha abbandonato tale intesa, l’8 maggio del 2018. Gli Stati Uniti hanno presentato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, composto da 15 membri, accusando Teheran di non conformità all’accordo, avviando formalmente un processo che potrebbe portare, in 30 giorni, all’imposizione di sanzioni da parte dell’ONU. Tuttavia, le restanti parti dell’accordo nucleare – Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina – hanno immediatamente notificato al Consiglio di Sicurezza di non essere d’accordo con la decisione degli Stati Uniti. Gli USA hanno agito dopo che le Nazioni Unite hanno respinto la proposta di estendere l’embargo sulle armi all’Iran oltre la sua scadenza, prevista per ottobre 2020.

Il JCPOA era stato firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea e con esso erano stati previsti limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano a suo danno.  Secondo gli USA Teheran sarebbe venuta meno agli accordi, mentre, da parte sua, l’Iran ha sostenuto di aver, invece, continuato ad adempiere agli impegni del JCPOA.  La scadenza dell’embargo sulle armi era stata prevista dalla stessa Risoluzione Onu 2231, adottata il 20 luglio 2015 in seguito alla firma del JCPOA e, nonostante gli Stati Uniti si siano ritirati dall’accordo, essa dispone che Washington resti comunque un partecipante avente il diritto sia di prolungare l’embargo sulle armi, sia di prevedere l’applicazione di ulteriori sanzioni.

Tre alti funzionari iraniani hanno affermato che la leadership iraniana è determinata a rimanere nell’accordo sul nucleare del 2015, sperando che una vittoria del rivale di Trump, il democratico Joe Biden, alle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre salverà l’intesa. Biden, che era il vicepresidente di Obama, ha affermato che sarebbe tornato nell’accordo se l’Iran avesse ripreso a rispettarne i termini. In risposta a quella che l’amministrazione Trump chiama la sua campagna di “massima pressione” contro Teheran – un tentativo di convincere l’Iran a negoziare un nuovo accordo – il Paese ha violato i limiti del patto del 2015, incluso il limite di stock di uranio arricchito. Nella sua lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Pompeo ha fatto riferimento a tali violazioni ma non ha menzionato che gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo nel 2018. Alla luce delle reazioni alla mossa degli Stati Uniti, i diplomatici hanno affermato che è improbabile che Russia, Cina e altri Paesi impongano le sanzioni contro l’Iran.

Dal 2018, le tensioni tra Teheran e Washington si sono manifestate anche dal punto di vista militare, in una progressiva escalation  che  è culminata con l’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, durante un raid aereo ordinato dalla Casa Bianca il 3 gennaio scorso all’aeroporto di Baghdad. A tale gesto, l’Iran ha risposto con attacchi contro alcune basi militari che ospitavano soldati statunitensi in Iraq l’8 gennaio e con un mandato d’arresto ai danni dello stesso Trump, il 29 giugno scorso. Tutt’ora, l’Iran è accusato dagli USA di essere coinvolto nei ripetuti attacchi alle truppe internazionali anti-ISIS di stanza in Iraq e ai presidi statunitensi nel Paese.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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