Crimini contro i Rohingya: l’Esercito birmano avvia indagini

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 11:11 in Asia Myanmar

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L’Esercito del Myanmar ha dichiarato, il 15 settembre, che avvierà un’indagine su violazioni compiute dai propri militari contro l’etnia dei Rohingya nello Stato settentrionale di Rakhine, al confine con il Bangladesh, tra il 2016 e il 2017, riconoscendo per la prima volta un quadro di abusi più vasto di quanto finora ammesso. In particolare, L’Ufficio del Giudice Avvocato Generale avrebbe analizzato una relazione elaborata da una commissione incaricata dal governo di Yangon nella quale i militari birmani sarebbero stati accusati di aver compiuto crimini di guerra. Alla luce di tale analisi, l’autorità militare del Myanmar avrebbe quindi deciso di ampliare le proprie indagini a riguardo.

Il giorno precedente, il 14 settembre, durante il 45esimo Consiglio per i Diritti Umani a Ginevra, l’Alto commissario per i Diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha dichiarato che gli abusi contro i Rohingya e altre minoranze in Myanmar stanno continuando, soprattutto negli Stati birmani di Rakhine e Chin. Bachelet ha parlato di scomparse, uccisioni di civili, ricollocamenti di massa, arresti arbitrari, torture, morti nelle carceri e distruzioni della proprietà civile, tutti possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Bachelet ha chiesto che vengano prese iniziative per porre rimedio ai casi di grave violazione dei diritti umani a cui è sottoposta l’etnia Rohingya e ha espresso la necessità di un’indagine indipendente sul campo.

L’annuncio dell’Esercito birmano è giunto anche ad una settimana di distanza dalla messa in circolazione di video-confessioni rilasciate da due suoi ex-soldati, Myo Win Tun e Zaw Naing Tun, in cui i militari hanno ammesso di aver ricevuto dai propri superiori l’ordine di eseguire omicidi di massa, violenze di più tipo e distruzioni materiali ai danni dell’etnia musulmana dei Rohingya, nel 2017. La notizia era stata diffusa dall’organizzazione per i diritti umani Fortify Rights che aveva ricevuto i video dalla Arakan Army, un gruppo di ribelli che sta combattendo contro l’Esercito del Myanmar, per questo era sorto il dubbio che le confessioni fossero state imposte ai due militari. In ogni caso, si tratterebbe della prima forma di ammissione di colpevolezza da parte di membri dell’Esercito birmano in merito alla questione dei Rohingya. Al momento, sembrerebbe che i due ex-militari siano stati portati a L’Aia dove dovrebbero comparire di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale.

I Rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato di Rakhine che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. In base a tale considerazione, ad esempio, non essendo riconosciuti come cittadini del Paese,non sarà loro possibile votare alle elezioni che si terranno nel Paese il prossimo novembre.

 Già dal 2016, erano emerse notizie riguardo violenze di massa contro i Rohingya condotte dall’esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, era esplosa la violenza contro la minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che solamente nel primo mese di tale campagna di repressione siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni.

Le Nazioni Unite avevano accusato l’Esercito birmano di aver condotto tali operazioni con un intento genocida, ma il governo del Myanmar, guidato dal premio nobel, Aung San Suu Kyi, aveva categoricamente respinto tali accuse, definendole incomplete e fuorvianti. Al contrario, il governo di Yangon aveva sostenuto che il proprio Esercito stesse combattendo contro gruppi armati di etnia Rohingya e che le operazioni di “sgombero” dei loro villaggi rientrassero all’interno di azioni di contrasto al terrorismo, iniziate dopo attacchi mortali subiti dall’Esercito per mano della minoranza. 

Difronte alla pressione internazionale, il Myanmar aveva condotto un’indagine i cui esiti erano stati rivelati lo scorso gennaio e dalla quale emergeva che fossero stati compiuti crimini di guerra nello Stato di Rakhine ma si negava qualsiasi intento genocida. In tale quadro, alcuni soldati sono stati processati dalla corte marziale per “incidenti” avvenuti in alcuni villaggi ma non sono mai emersi dettagli sugli autori, i loro crimini e le sentenze ricevute.  Nonostante tali iniziative, il 23 gennaio scorso, la Corte di Giustizia internazionale dell’Aia ha comunque disposto che il governo di Yangon protegga i Rohingya dal genocidio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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