Il caso di Omar Radi, giornalista marocchino accusato di stupro

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 11:59 in Africa Marocco

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Il Consiglio Superiore dell’Autorità giudiziaria del Marocco ha accusato l’organizzazione non governativa Amnesty International di interferire nei propri affari, in merito al caso di Omar Radi, giornalista marocchino arrestato con l’accusa di attentato alla sicurezza dello Stato e di violenza sessuale.

Amnesty International ha più volte esortato il mondo intero a lanciare appelli alle autorità marocchine, affinché rilascino il giornalista arrestato il 29 luglio a Casablanca e tuttora in carcere in attesa di processo. Omar, nel corso della sua carriera, si è fatto portavoce di diverse questioni come gli scioperi dei lavoratori, i diritti dei carcerati, le confische dei terreni tribali da parte dello Stato e le mobilitazioni per la giustizia sociale del cosiddetto Hirak del Rif, un movimento di protesta esploso ad ottobre 2016, chiedendo riforme economiche e sociali, opportunità di lavoro, infrastrutture migliori, ospedali, servizi sanitari più efficienti, conclusosi con l’arresto di decine di leader ed esponenti.

A tal proposito, Radi era stato arrestato il 26 dicembre 2019, a seguito della pubblicazione di un Tweet nel quale criticava un giudice che aveva inflitto pesanti condanne carcerarie a militanti del Hirak del Rif. Rilasciato su cauzione il 31 dicembre, Radi è poi tornato in tribunale a marzo, e condannato a quattro mesi di carcere per oltraggio al magistrato. Successivamente, nel mese di giugno, Amnesty International ha accusato la polizia marocchina di aver installato un sistema spyware di produzione israeliana, Pegasus, nel cellulare del giornalista, e di aver costantemente controllato messaggi, mail, contatti, immagini e quanto contenuto nel dispositivo di Radi da gennaio 2019 a gennaio 2020.

Ciò ha alimentato la mobilitazione della ONG, viste altresì le accuse di spionaggio contro il giornalista. Nello specifico, secondo le autorità marocchine, Radi avrebbe lavorato come spia per i servizi segreti olandesi scambiando informazioni sensibili sulla sicurezza, soprattutto sulla regione settentrionale del Rif, in cambio di denaro. A peggiorare il quadro della situazione, il 25 luglio, una donna ha denunciato Omar Radi per stupro, causandone l’arresto il 29 luglio. Il giornalista, dal canto suo, ha respinto le accuse, parlando di rapporti consensuali, mentre Amnesty ha continuato ad esercitare pressioni sul governo di Rabat, richiedendo il suo rilascio.

In tale quadro, il 15 settembre, il Consiglio superiore dell’Autorità giudiziaria ha accusato Amnesty International di interferire negli affari giudiziari marocchini e di tentare di minare la sua indipendenza, influenzando altresì i giudici nelle loro decisioni. Inoltre, a detta delle autorità marocchine, la ONG continua a presentare all’opinione pubblica internazionale racconti errati e informazioni false. Secondo un avvocato e attivista per i diritti umani, l’intervento di Amnesty è “ingiustificabile” e contraddice il diritto internazionale e la legislazione nazionale del Paese. La magistratura marocchina, è stato specificato, è indipendente dal governo e da questioni politiche e ideologiche, ma le dichiarazioni di Amnesty danno l’impressione di un controllo governativo sugli affari giudiziari, influenzandone gli sviluppi. Pertanto, il comportamento dell’organizzazione è inaccettabile.

Il caso di Radi fa da specchio a una tendenza generale molto più ampia, radicata nel sistema marocchino, quella di una frequente repressione del dissenso e della libertà di stampa. Il Marocco ha a lungo goduto della reputazione di Paese tra i più progressisti del mondo arabo. Tuttavia, negli ultimi anni, molti cittadini hanno preso coscienza di quanto sia ancora ampio il divario tra le promesse di maggiore libertà e la vita reale, fatta di frequenti repressioni. Diversi episodi hanno diffuso un risentimento sempre maggiore nell’opinione pubblica e portato centinaia di marocchini a protestare per le strade delle città, da Rabat a Casablanca.

Reporters sans Frontières, un’organizzazione non governativa e no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa, ha posto il Marocco alla posizione 133 nella classifica dei 180 Paesi valutati in merito alla libertà di stampa. Parallelamente, l’Associazione marocchina dei diritti umani e Human Rights Watch, nel febbraio 2020, hanno dichiarato che, da settembre 2019, le autorità marocchine hanno arrestato e perseguitato almeno 10 attivisti, artisti o altri cittadini “che non hanno fatto altro che esprimere pacificamente opinioni critiche su Facebook, YouTube o attraverso canzoni rap”.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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