Accordi di normalizzazione Israele- UAE- Bahrein: la reazione dei palestinesi

Pubblicato il 16 settembre 2020 alle 8:29 in Israele Palestina

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Centinaia di palestinesi si sono radunati per le strade della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, in segno di protesta contro gli accordi di normalizzazione raggiunti dagli Emirati Arabi Uniti (UAE), dal Bahrein e da Israele, sotto l’egida degli Stati Uniti. Nel frattempo, sul web è stata diffusa la “Carta della Palestina”, già firmata da circa 200.000 utenti del mondo arabo.

Il 15 settembre, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno firmato gli accordi per la normalizzazione delle relazioni con Israele, in una cerimonia svoltasi alla Casa Bianca, ospitata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Tali patti, annunciati nelle settimane precedenti dallo stesso Trump, rendono i rispettivi Paesi il terzo e il quarto Stato arabo che riconoscono la sovranità dello Stato d’Israele. Il primo era stato l’Egitto, nel 1979, e poi la Giordania, nel 1994. A seguito della nuova intesa e della “normalizzazione” dei rapporti tra i Paesi del Golfo e Israele, i palestinesi temono la nuova posizione del mondo arabo, che li aveva da sempre supportati contro l’occupazione israeliana, chiedendo di riconoscere la Palestina come uno Stato.

I manifestanti si sono radunati perlopiù presso Nablus ed Hebron, mentre in decine hanno partecipato a proteste a Ramallah, sede dell’autorità palestinese. “Tradimento”, “Gli accordi della vergogna” sono stati alcuni degli slogan inneggiati. I cittadini scesi in piazza hanno poi bruciato bare con le bandiere degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrain e le immagini del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, del re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa, e del principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan.

Sul web, migliaia di utenti hanno firmato la “Carta della Palestina”, avallata da circa 20 organizzazioni filopalestinesi, il cui testo recita: “Credendo nella giustizia della causa palestinese e in linea con la mia responsabilità nei suoi confronti, sono onorato di firmare la Carta della Palestina, attraverso la quale affermo che la Palestina è uno Stato arabo occupato e la sua liberazione è un dovere. L’entità sionista è un’entità occupante, razzista e usurpatrice della nostra moschea di Al-Aqsa e della terra di Palestina, e la normalizzazione con essa in tutte le sue forme è un tradimento”.

In tale quadro, la presidenza palestinese ha affermato che la firma di accordi tra Emirati Arabi Uniti e Bahrein con “l’occupante israeliano” non porterà alla pace nella regione, in quanto non sarà possibile raggiungere stabilità nella regione mediorientale senza prima porre fine all’occupazione e garantire diritti al popolo palestinese. “Non abbiamo e non ordineremo a nessuno di parlare a nome del popolo palestinese e per conto dell’OLP”, acronimo di Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Parallelamente, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, durante una conversazione telefonica con il capo dell’ufficio politico del Movimento Islamico di Resistenza Hamas, Ismail Haniyeh, ha espresso il suo sostegno per gli sforzi profusi e da profondere che confermano l’unità della posizione palestinese di fronte ai “complotti” contro la causa palestinese. Dal canto suo, Haniyeh ha assicurato al presidente Abbas che Fatah, Hamas e tutte le fazioni palestinesi si sono unite in un unico fronte, per fare in modo che la causa palestinese non diventi un pretesto per favorire il riconoscimento della “potenza occupante”, a scapito dei diritti “nazionali, di Gerusalemme e del diritto al ritorno”.

Anche Hamas ha rilasciato dichiarazioni simili, in cui è stato affermato che i leader di Abu Dhabi e Manama hanno tradito Gerusalemme e la Palestina e che l’accordo non porterà alla pace, in quanto le popolazioni della regione continueranno a considerare la potenza occupante il vero nemico. Inoltre, ha sottolineato il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha “il popolo palestinese tratterà questi accordi come se non esistessero” e continueranno a lottare fino alla realizzazione dei propri diritti.

Parallelamente, per il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il 15 settembre ha rappresentato un “giorno nero” per il mondo arabo e un “giorno triste” per la popolazione palestinese. Gli accordi siglati, è stato specificato, rappresentano una pugnalata alle spalle, ma, in realtà non sono nati dall’oggi al domani. Al contrario, si tratta di alleanze pianificate nel corso degli anni, il cui obiettivo è liquidare la causa palestinese. Lo stesso varrebbe anche per il cosiddetto “accordo del secolo” annunciato da Trump il 27 gennaio scorso.

Nonostante le divisioni interne tra i 14 partiti e gruppi palestinesi, nel corso degli ultimi due mesi, spinti dai piani di annessione annunciati da Israele, anche Hamas e Fatah hanno mostrato la volontà di cooperare e di fare fronte comune in un quadro di “resistenza popolare congiunta”, volta a contrastare la decennale presenza israeliana. Un’atmosfera simile ha portato alla dichiarazione finale del 3 settembre, in cui le fazioni palestinesi hanno ribadito la propria opposizione al piano di Trump, all’accordo di normalizzazione e al progetto israeliano di annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania.  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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