Le dure condizioni di Putin per salvare Lukashenko

Pubblicato il 15 settembre 2020 alle 10:47 in Bielorussia Russia

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Dopo cinque settimane di proteste e dimostrazioni che chiedono le due dimissioni, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko si è recato a Sochi per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. L’accoglienza non è stata quella solitamente riservata ai capi di stato, un segnale con cui il Cremlino – a lungo accusato dal leader bielorusso di volerlo rovesciare –  ha fatto intendere che la visita di Lukashenko a Sochi non sarebbe stata facile. Solo le autorità regionali lo hanno ricevuto all’aeroporto.

Durante il vertice Putin si è mostrato distante e la diretta televisiva ha ritrasmesso immagini di Lukashenko con le mani unite imploranti, asciugandosi il sudore dalle sopracciglia e prendendo appunti mentre il leader del Cremlino parlava. Le proteste che hanno scosso il suo Paese hanno costretto l’autocrate bielorusso ad abbassare i toni solitamente sprezzanti rivolti a Mosca: “Questi eventi ci hanno dimostrato che dobbiamo essere più vicini a nostro fratello maggiore”. Sempre in diretta TV, Putin ha fatto di tutto per prendere le distanze da un presunto alleato che per nove mesi non ha pagato i debiti, che ha sostituito il petrolio russo con quello statunitense vendutogli dai polacchi e che ha messo in carcere decine di persone – candidati alle presidenziali inclusi – accusandoli di essere burattini del Cremlino.

Lukashenko, che è al potere da più tempo di Putin e da decenni si fa chiamare ” batka ” (padre, un titolo in altri tempi popolarmente rivolto agli Zar) nel suo paese, già la scorsa settimana ha chiamato il presidente russo “fratello maggiore”, suggerendo inoltre che i loro destini erano collegati: “Se La Bielorussia fallisce, la Russia sarà la prossima”.

Putin gli ha concesso la cosa più urgente: i soldi. Ma ha messo tutto il resto in stand-by. Ha promesso un prestito di 1,5 miliardi di dollari, sebbene abbia fornito pochi dettagli sulle condizioni. Tutte le altre richieste, aiuto militare in primis, del leader bielorusso “saranno prese in considerazione” dal Cremlino. 

Dal suo esilio in Lituania , la leader dell’opposizione Svetlana Tijanovskaya ha reagito rivolgendosi ai suoi “cari russi!” per avvertirli che “le vostre tasse pagheranno le nostre percosse, ma questo non impedirà la vittoria del popolo”.

L’incontro di Sochi si è svolto senza conferenza stampa e senza la firma di alcun documento. Contrariamente alla sua abitudine, Lukashenko non ha potuto presentare alla stampa le concessioni strappate al Cremlino. Si è limitato a ringraziare. In effetti, parte del denaro del prestito, che è equivalente all’oro e alla valuta estera che Lukashenko ha consumato durante queste quattro settimane per mantenere il paese in funzione, sarà utilizzato per rifinanziare prestiti precedenti.

I due presidenti hanno convenuto di rafforzare la cooperazione nel commercio e hanno discusso dell’approvvigionamento energetico per la Bielorussia. Un risultato accettabile se si considera che quest’anno Lukashenko ha accusato la Russia di volersi annettere la Bielorussia e di essere “il burattinaio” dell’interferenza internazionale nella campagna elettorale.

Il Cremlino ha cercato a lungo come approfondire i legami con Minsk in modo più redditizio. La formula preferita era sempre attraverso un trattato di “unione di Stati” che è rimasto sul piano teorico per due decenni. Ora, con un Lukashenko indebolito, potrebbe arrivare l’opportunità di stabilire una moneta e una banca centrale unificate, consolidando la dipendenza economica – e anche politica – della Bielorussia dalla Russia.

Gli analisti sottolineano come Putin non abbia motivo di fidarsi di Lukashenko, che quando gli è stato possibile ha appianato i margini con l’Occidente e ha criticato l’annessione russa della Crimea nel 2014, tuttavia, il leader del Cremlino non ha interlocutori alternativi. La rivoluzione bielorussa – a differenza di quella armena del 2018 – non ha prodotto un Pashinyan capace di tranquillizzare Mosca. Infatti, tra le cose più importanti che il presidente russo ha fatto per Lukashenko in queste settimane difficili è stata quella di non stabilire contatti, almeno ufficialmente, con il Consiglio di coordinamento dell’opposizione.

Il problema di Lukashenko è che ha bisogno non solo di denaro, ma di una forza repressiva sufficiente per contenere le centinaia di migliaia di persone che hanno cercato di circondare la sua residenza in diverse occasioni. La principale paura del governo di Minsk è un susseguirsi di occupazioni di edifici governativi. Ecco perché Putin il mese scorso ha detto di aver concordato con Lukashenko di inviare la polizia russa per aiutare a sedare i disordini, se necessario, aggiungendo che non ne vedeva ancora la necessità.

Ore prima del vertice di ieri, le agenzie di stampa russe hanno riferito che Mosca stava inviando paracadutisti in Bielorussia per “esercitazioni congiunte”. Da Sochi, Putin ha affermato che la cooperazione in materia di difesa continuerà, ma ha evitato di fare riferimenti a interventi diretti a favore di Lukashenko. Sul tavolo c’è l’istituzione di basi militari russe sul suolo bielorusso, un’idea che preoccupa la Nato, e in particolare i Paesi Baltici e l’Ucraina.

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Italo Cosentino, interprete di russo

di Redazione

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