La firma degli accordi tra Israele, EAU e Bahrein: suonano le sirene antimissile

Pubblicato il 15 settembre 2020 alle 21:24 in Israele Palestina

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Le sirene che avvertono del pericolo del lancio di razzi da Gaza hanno suonato nel Sud di Israele, il 15 settembre, mentre era in corso a Washington la cerimonia per la firma degli accordi che normalizzano le relazioni tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein.

Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno firmato gli accordi per la normalizzazione delle relazioni con Israele, in una cerimonia alla Casa Bianca, ospitata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. All’evento era presente il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri degli Emirati, Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan, e il ministro degli Esteri del Bahrein, Abdullatif Al Zayani. Gli accordi rendono i rispettivi Paesi il terzo e il quarto Stato arabo che riconoscono la sovranità dello Stato d’Israele. Il primo era stato l’Egitto, nel 1979, e poi la Giordania, nel 1994. Il rappresentante degli EAU ha affermato che la decisione del suo Paese di normalizzare le relazioni con Israele ha “infranto la barriera psicologica” e rappresenta “la via da seguire” per pacificare la regione mediorientale. Il premier israeliano ha aperto il suo discorso utilizzando la formula araba di saluto, che si traduce con “la pace sia con voi”. 

Negli stessi minuti in cui avveniva la firma degli accordi, l’esercito israeliano ha riferito che un allarme relativo alla presenza di missili è stato lanciato nelle città costiere israeliane di Ashkelon e Ashdod. L’attacco proveniva dalla Striscia di Gaza. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa Reuters. Tuttavia, il quotidiano israeliano Jerusalem Post ha aggiunto che 6 persone sarebbero rimaste ferite dai frammenti di razzi che hanno colpito un centro commerciale ad Ashdod. Nella striscia di Gaza, decine di palestinesi si erano radunati davanti ad un ufficio delle Nazioni Unite per condannare la normalizzazione dei rapporti con Israele, poco prima che la cerimonia della firma iniziasse alla Casa Bianca. “La Palestina non è in vendita”, hanno cantato i manifestanti.

Gaza è un frammento di territorio dove vivono oltre 2 milioni di palestinesi, in un’area di appena 365 km². La striscia è sottoposta ad un blocco in entrata e in uscita imposto da Israele e Egitto, che ne controllano i confini. Le autorità israeliane controllano anche l’accesso dal mare, mantenendo una strettissima sorveglianza su ogni parte del territorio. L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua di Gaza non è potabile e che i residenti dell’enclave sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno. Alcuni analisti evidenziano che tali condizioni di vita, unite alla mancanza di libertà di movimento, sono le forze trainanti dietro le proteste e le violenze che hanno scosso l’enclave negli ultimi anni. Hamas ha assunto il controllo di Gaza nel 2007, dopo la vittoria elettorale del 2006, che ha segnato la sconfitta politica del presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas. Tuttavia, un governo guidato da Hamas non è sembrato plausibile ad Israele e ai suoi alleati internazionali, molti dei quali hanno designato tale partito politico come organizzazione terroristica. Di conseguenza, il più moderato Fatah, il partito di Abbas, è salito al potere in Cisgiordania. A Gaza sono scoppiate una serie di rivolte contro tale decisione, percepita come contraria alla volontà popolare palestinese. Le successive insurrezioni hanno portato alla chiusura dell’enclave in entrata e in uscita e a quella che le Nazioni Unite hanno definito “una catastrofe umanitaria” per i suoi abitanti. 

In tale contesto, i Paesi arabi avevano spesso denunciato con forza “i soprusi” di Israele. A seguito della nuova intesa e della “normalizzazione” dei rapporti tra i Paesi del Golfo e Isralele, i palestinesi temono la nuova posizione del mondo arabo, che li aveva da sempre supportati contro l’occupazione israeliana, chiedendo di riconoscere la Palestina come uno Stato. Oggi, a sostenere la linea dura contro Israele rimangono la Turchia e l’Iran. Il 12 settembre, Il Ministero degli Esteri dell’Iran ha rilasciato una dichiarazione in cui la vicenda degli accordi è stata definita una vergogna. Il ministro ha poi affermato che, con la decisione presa, i governanti del Bahrein saranno d’ora in poi complici nei crimini del “regime sionista” che è una minaccia costante sia per la sicurezza regionale, sia per il mondo islamico. Anche la Turchia ha categoricamente condannato l’accordo dell’11 settembre e il Ministero degli Esteri di Ankara ha affermato che darà nuovo slancio agli sforzi per difendere la causa palestinese. Secondo la Turchia, l’accordo tra Bahrein e Israele incoraggerà quest’ultimo a protrarre le azioni illegittime condotte contro la Palestina e ad impegnarsi per rendere l’occupazione dei territori palestinesi permanente.

La prima intesa tra Golfo e Israele, nota come “accordo Abraham”, è stata annunciata dal capo della Casa Bianca il 13 agosto. Questa ha di fatto normalizzato le relazioni tra Israele e Emirati Arabi Uniti. In particolare, Israele si è impegnato a sospendere l’annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania, così come annunciato in precedenza, sebbene il primo ministro israeliano, Netanyahu, abbia specificato di aver semplicemente deciso di “ritardare” l’annessione come parte dell’accordo con Abu Dhabi. Proprio Netanyahu si è più volte detto pronto a firmare un accordo storico, prevedendo che presto anche altri Paesi seguiranno l’esempio emiratino. Successivamente, il presidente Trump, l’11 settembre, ha annunciato che, dopo gli Emirati Arabi Uniti, anche il Bahrein avrebbe normalizzato le sue relazioni diplomatiche con Israele. Questo sviluppo va ad allargare una coalizione anti iraniana a guida statunitense in Medio Oriente.  

Tuttavia, tale cambiamento altera alcuni equilibri del conflitto arabo-israeliano. Per comprendere alcuni di questi, è importante ricordare che la Cisgiordania è un territorio sotto occupazione militare israeliana, secondo le Nazioni Unite ed è quindi soggetto alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto ai territori palestinesi dalla comunità internazionale nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Un muro di separazione, lungo 570 km e costruito dalle autorità israeliane a partire dal 2002, segue la cosiddetta Linea Verde e divide i territori palestinesi da quelli israeliani, secondo le frontiere precedenti alla guerra del 1967. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori.

Al momento, i territori palestinesi sono regolati dagli Accordi di Oslo del 1993, che dividono la Cisgiordania in 3 settori amministrativi: le aree A, B e C. L’area A è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese e rappresenta circa il 18% della Cisgiordania. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina ed è circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, sotto il pieno controllo israeliano, ammonta al 61% della Cisgiordania. Inoltre, in Israele esiste una legge che permette al governo di espropriare i terreni palestinesi appartenenti a privati, a fronte di un’indennità. Su questi terreni sono stati costruiti quelli che vengono definiti “insediamenti israeliani in Cisgiordania”.  

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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