Iraq: nuove minacce per gli obiettivi USA

Pubblicato il 15 settembre 2020 alle 10:49 in Iraq USA e Canada

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Un attacco missilistico ha colpito, nelle prime ore di martedì 15 settembre, la Green Zone della capitale irachena Baghdad, un’area fortificata sede di diverse istituzioni, tra cui l’ambasciata statunitense. Si tratta del settimo attentato del mese di settembre contro obiettivi di Washington in Iraq.

Come riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, funzionari della polizia irachena a Baghdad hanno dichiarato che tre missili hanno colpito la Green Zone. Di questi, uno è precipitato nel fiume Tigri, mentre gli altri due sono stati intercettati dal sistema antimissile dell’ambasciata statunitense C-RAM e abbattuti prima che colpissero gli obiettivi designati. Stando a quanto riferito, non è stata registrata nessuna vittima né alcun danno materiale. A detta della Security Cell irachena, i missili sono stati lanciati dall’area di Ali Saleh.

Secondo un colonnello del comando di polizia di Baghdad Al-Karkh, l’attacco del 15 settembre è stato il primo ad essere stato effettuato per mezzo di missili diversi da quelli “Katyusha”. In particolare, gli esplosivi impiegati sembrano avere le loro stesse dimensioni e un simile metodo di lancio, ma sarebbero stati modificati per avere maggiori capacità distruttive. Due dei missili lanciati, è stato specificato, sono stati intercettati grazie al sistema dispiegato all’interno dell’ambasciata USA, C-RAM, definito efficace e rapido, e in grado di identificare missili, colpi di mortaio e mezzi di artiglieria pesante. Tuttavia, quanto accaduto rappresenta uno “sviluppo preoccupante”, indice di una nuova fase di escalation da parte dei gruppi armati che rifiutano la presenza statunitense in Iraq.

Il sistema antimissile C-RAM è stato posizionato dalle forze statunitensi all’interno delle proprie basi e postazioni in Iraq all’inizio del 2020, a seguito dell’escalation di eventi e attentati la cui responsabilità è stata attribuita a gruppi filoiraniani. In tale quadro, solo poche ore prima del lancio dei missili contro la Green Zone, due convogli della Coalizione internazionale anti-ISIS, a guida statunitense, sono stati colpiti da esplosivi mentre viaggiavano nelle aree di Qadisiyah e Babil, nel Sud dell’Iraq. Stando a quanto riportato da al-Araby al Jadeed, gli ultimi mesi sono stati testimoni di numerosi attacchi mirati ai convogli della Coalizione Internazionale nei governatorati meridionali, oltre che a Baghdad e Salah al-Din, in una strategia seguita da milizie filoiraniane che mirano a colpire gli obiettivi di Washington nel Paese mediorientale.

Sin da ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati.  La serie di attacchi si è verificata a cavallo di un episodio considerato l’apice delle tensioni tra Iran e Stati Uniti sul suolo iracheno, ovvero la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

Tale episodio, accanto ad altri verificatisi tra dicembre 2019 e gennaio 2020, erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. È di fronte a tale scenario che, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi. Il dialogo mira a definire il ruolo degli Stati Uniti nei territori iracheni e a discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra i due Paesi, con il fine ultimo di creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad, e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

In una dichiarazione congiunta rilasciata a margine del primo meeting, Washington ha dichiarato che continuerà a ridurre il numero di soldati dalle basi irachene ed ha discusso con la controparte del ruolo futuro delle truppe che, invece, rimarranno nel Paese. In tale quadro, il 9 settembre, l’esercito degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione delle proprie truppe in Iraq, da 5.200 a 3.000 soldati. Per Washington, il ritiro rientra nelle promesse elettorali di Trump durante la campagna presidenziale del 2016, quando aveva promesso di porre fine alle “guerre infinite” degli USA. Tuttavia, nonostante alcune riduzioni, rimane una presenza massiccia di soldati statunitensi rimangono in Paesi come Afghanistan, Iraq e Siria. Per Baghdad, invece, la diminuzione della presenza straniera sul territorio nazionale soddisfa le richieste della popolazione e del Parlamento.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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