Cina-India: Nuova Delhi non ha escluso l’opzione militare

Pubblicato il 15 settembre 2020 alle 15:57 in Cina India

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Il ministro della Difesa dell’India, Rajnath Singh, ha parlato della crisi di confine sino-indiana durante una sessione del Parlamento indiano, il 15 settembre, e ha incolpato unicamente la Cina per le tensioni attive da ormai quattro mesi lungo il confine de facto tra i due Paesi, anche noto come Linea di controllo effettivo (LAC). Il ministro ha suggerito che per l’India l’opzione militare resta aperta e ha specificato che la crisi nell’area orientale del Ladakh, in particolare, rappresenta una “grande sfida”.

Singh ha accusato la Cina di non aver rispettato accordi chiave tra i due Paesi e di aver dispiegato numerose truppe dell’Esercito popolare di liberazione (EPL) sia lungo la LAC, sia nelle sue vicinanze e ha anche parlato di un impiego dell’Esercito indiano commisurato. Il ministro ha affermato che, nonostante l’India creda in una soluzione politica, le sue forze armate sono pronte ad affrontare qualsiasi tipo di scenario. Infine ha ribadito l’impegno indiano a portare avanti la costruzione di infrastrutture lungo la LAC nonostante, secondo più osservatori, tali iniziative sarebbero state tra le principali cause del riaccendersi dei conflitti tra Cina e India.  Nonostante i toni utilizzati, tuttavia, il ministro della Difesa indiano avrebbe però ribadito la necessità di risolvere la crisi utilizzando mezzi pacifici.

Secondo un’analisi del The Diplomat, dal discorso di Sigh emergono tre fattori. Il primo è che la crisi non sembrerebbe dirigersi verso un ridimensionamento, nonostante i negoziati organizzati, in quanto, nel suo intervento, il ministro non ha affatto affermato che le operazioni diplomatiche stessero contribuendo alla risoluzione degli attriti. Il secondo dato che è emerso riguarda l’onere futuro della crisi che è stato posto sulla Cina, in quanto non sarebbe stato fatto alcun riferimento alla possibilità di trovare “una via di mezzo” che possa mettere d’accordo le parti, confermando il rifiuto passato dello stesso Sigh di garantire il successo dei negoziati a livello militare. In terzo luogo, Singh avrebbe esortato il popolo indiano e il parlamento a sostenere l’Esercito criticando la Cina e questo lo avrebbe legato alla necessità di mantenere tale linea dura contro la Cina anche in futuro, perché se così non fosse perderebbe credibilità agli occhi del pubblico indiano.

Gli attriti di confine lungo la LAC sono iniziati lo scorso 5-6 maggio, quando si sono verificati i primi scontri fisici tra i due eserciti nella zona di Nathu La nello Stato indiano del Sikkim. Successivamente, il 15 giugno, un altro scontro è culminato nella morte di circa 20 soldati indiani nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh. Nonostante la Cina non abbia dichiarato caduti, l’episodio è stato l’incidente che ha causato il maggior numero di vittime tra i due eserciti dal 1967. Infine, il 7 settembre, Nuova Delhi e Pechino si sono accusate reciprocamente di aver sconfinato nel territorio dell’altra e di aver aperto il fuoco in segno di avvertimento per la prima volta dal 1975 nella zona del lago Pangong Tso, un bacino che si estende dal territorio indiano di Ladakh fino alla regione autonoma del Tibet cinese e che è attraversato dalla LAC, violando un  accordo firmato dalle due potenze il 29 novembre 1996 che impedisce ad entrambe di aprire il fuoco o detonare esplosivi entro 2 km dalla LAC.  

Nel suo intervento del 15 settembre, Sigh ha fatto particolare riferimento alla crisi attiva nel settore occidentale della LAC situato appunto tra Aksai Chin e Ladakh. In tale area, negli ultimi dieci anni, l’India ha potenziato la costruzione di infrastrutture, tra cui strade e aeroporti, proprio a ridosso della LAC, ed è proprio qui, che si sono verificati gli scontri mortali dello scorso 15 giugno e le tensioni del 7 settembre sul lago Pangong Tso. Oltre a questo, è importante notare che l’Aksai Chin è anche una porzione della regione del Kashmir, caratterizzata da una grande presenza militare e dove sono in corso dispute territoriali anche tra India e Pakistan che ne amministrano aree distinte, e rispetto alle quali Pechino ha espresso vicinanza a Islamabad.

Parallelamente al discorso del ministro indiano, alcuni ufficiali dell’Esercito indiano hanno poi accusato le truppe dell’EPL di essere impegnate nell’istallazione di cablaggi per la fibra ottica proprio nel settore occidentale della LAC, a Sud del lago Pangong Tso, dove si sono verificati gli ultimi attriti. Simili cablaggi erano già stati notati dalle forze indiane a Nord del lago. Negli ultimi mesiLa notizia è stata smentita però dalla Cina che ha sostenuto fosse falsa.

Per quanto riguarda il lago Pangong Tso Pechino e Nuova Delhi ne rivendicano entrambe la riva settentrionale, mentre quella meridionale, secondo fonti indiane, sarebbe controllata dall’India. Al momento, il lago sarebbe uno dei maggiori punti di stallo nei negoziati sino-indiani, in quanto, sempre secondo fonti indiane, la Cina si rifiuterebbe di ritirare le proprie truppe dalla cosiddetta Finger Area, ossia da otto alture che si affacciano sulla sponda settentrionale del lago, in alcune delle quali sono stati posizionati soldati cinesi durante gli ultimi mesi di tensioni.

Da maggio, sono in corso più round di negoziati a livello militare e diplomatico per cercare di ridimensionare gli attriti lungo la LAC. Lo scorso 4 settembre, c’è stato un incontro tra i ministri della Difesa cinese e indiano, Wei Fenghe e Singh, a Mosca, a margine di una riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, durante il quale sono state affrontate le tensioni in corso tra i rispettivi eserciti lungo la LAC. Successivamente, il 10 settembre,  il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar, hanno deciso di ridurre le tensioni rilasciando una dichiarazione congiunta ed elaborando un’intesa articolata in cinque punti, a seguito di un incontro avvenuto anche in quel caso a Mosca a margine della riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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