La versione della Cina sul proprio sviluppo militare

Pubblicato il 14 settembre 2020 alle 13:45 in Cina USA e Canada

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Il portavoce del Ministero della Difesa cinese, Wu Qian, ha criticato, il 13 settembre, il Rapporto annuale sugli sviluppi militari e di sicurezza della Cina, pubblicato il primo settembre dal Pentagono, opponendosi al suo contenuto.

Secondo Wu, il Report del Dipartimento della Difesa statunitense distorcerebbe la relazione tra il Partito comunista cinese (PCC) e l’Esercito popolare di Liberazione (EPL), così come la strategia militare e la politica di difesa nazionale della Cina. Nel report, gli USA avrebbero proposto “commenti sconsiderati” sulla modernizzazione e sullo sviluppo della difesa e dell’Esercito cinesi parlando della cosiddetta “minaccia militare cinese” e criticando “a casaccio” la spesa militare del Paese, la sua politica nucleare e la gestione della questione di Taiwan.

Per quanto riguarda i legami tra PCC ed EPL, e, in particolare, la leadership del partito sull’Esercito, Wu ha voluto precisare che, come sancito dalla Costituzione cinese, la guida del PCC è la caratteristica intrinseca dell’intero socialismo dalle caratteristiche cinesi, sistema su cui si basa la Repubblica Popolare Cinese. Le forze armate del Paese appartengono alla popolazione e sono state create dal PCC stesso per servirla.

Per quanto riguarda, invece, la strategia adottata dalla Cina, Wu ha dichiarato che la Cina persegue uno sviluppo pacifico, una politica e una strategia militare di “difesa attiva”. Alla luce di questo, lo sviluppo militare della Cina è volto alla salvaguardia della propria sovranità nazionale e agli interessi di sviluppo e sicurezza del Paese e non è, invece, indirizzato contro alcun Paese o rappresenta una minaccia per le altre Nazioni. Wu ha poi sottolineato che lo sviluppo e la costruzione bellica della Cina ricorrono per lo più alla ricerca e alla produzione interne al Paese, alla luce del principio di indipendenza.  Contrariamente a quanto dichiarato dagli USA, lo sviluppo militare della Cina porterebbe sicurezza e opportunità al mondo, anziché minacce e sfide. L’EPL ha sempre operato in un’ottica di pace promuovendo la sua presenza all’estero per missioni di peacekeeping e assistenza in casi di disastri naturale. Anche durante l’emergenza coronavirus avrebbe continuato a promuovere la cooperazione internazionale in ambito militare.

Infine, per quanto concerne la questione di Taiwan, il ministero della Difesa cinese ha ribadito che esiste una sola Cina e che Taiwan ne è una parte indivisibile. Il recente aumento delle i tensioni nello stretto di Taiwan è da attribuire alle autorità del Partito liberal-democratico (PLD) dell’isola che stanno cercando in vano di accrescere la propria influenza e di respingere l’unificazione con la forza. Allo stesso modo, forze esterne avverse alla Cina stanno cercando di utilizzare la questione taiwanese per dividere il Paese ma si tratterebbe di un tentativo vano, in quanto l’EPL interverrà risolutamente per difendere la propria sovranità e integrità territoriale.

Wu ha concluso il suo intervento affermando che negli ultimi 20 anni sono stati gli USA a fomentare guerre e operazioni militari in Paesi come Iraq, Siria e Libia e, negli anni, i fatti hanno dimostrato come Washington sia stata la causa di più scompigli regionali, abbia violato l’ordine internazionale e abbia distrutto la pace globale. Ciò nonostante, gli Usa anziché riflettere sulla propria condotta hanno pubblicato report fuorvianti sull’attività militare cinese per 20 anni, ai quali la Cina richiede che venga posta una fine, ritenendo che essi siano una dimostrazione dell’atteggiamento egemonico di Washington e che  abbiano danneggiato le relazioni tra gli eserciti cinese e americano.

Lo scorso primo settembre, dal report del pentagono chiamato “Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2020” erano emersi più timori rispetto allo sviluppo militare cinese, specialmente per quanto riguarda il suo arsenale di testate nucleari che, secondo gli USA, potrebbe essere raddoppiato nell’arco di 10 anni. In altre parole, il report del Pentagono prevedrebbe che entro il 2030 la Cina disporrà di circa 400/500 testate nucleari rispetto alle 200 di cui dispone ad oggi.  

Secondo un esperto sulla tematica nucleare del MIT, Vipin Narang, il report del Pentagono non dovrebbe creare allarmismo negli USA, principalmente per tre motivi. Innanzitutto, prima del Dipartimento di Difesa, la notizia del raddoppiamento delle testate nucleari in Cina era già nota ed era stata annunciata nel 2019. In secondo luogo gli USA, ad oggi, avrebbero circa 3.800 testate nucleari, una cifra 10 volte superiore a quella che la Cina avrà nel 2030 e questo gap dimostrerebbe che Pechino starebbe aumentando il proprio arsenale più per se stessa che per minacciare altri Paesi, in quanto sarebbe “arrivata tardi” rispetto agli altri. Infine, al momento, Pechino non avrebbe sufficienti riserve di materiali nucleari per aumentare di oltre il doppio le sue testate nucleari e, se intendesse farlo, dovrebbe produrre plutonio e non potrebbe farlo senza “passare inosservata” o ricevere opposizione a livello internazionale.

Tuttavia, secondo il direttore del Carnegie Endowment for International Peace’s nuclear program, James Acton, Pechino avrebbe comunque testate nucleari e missili a lungo raggio a sufficienza per “distruggere gli Stati Uniti in quanto società civile”, mentre, secondo altre ricerche, la potenza militare cinese potrebbe equiparare quella statunitense entro 30 anni. Per tali ragioni, Washington sta cercando, seppur senza aver ancora ottenuto risultati, di coinvolgere la Cina in programmi di controllo sugli armamenti e, in particolare, vorrebbe che aderisse al trattato sulla riduzione e limitazione della rispettiva deterrenza di armi nucleari, noto come New Strategic Arms Reduction Treaty (New START), tra Russia e Stati Uniti ma Pechino non ha finora accettato tale iniziativa.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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