L’accordo tra Israele e gli Emirati spinge i palestinesi ad unirsi

Pubblicato il 12 settembre 2020 alle 7:00 in Medio Oriente Palestina

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A seguito dell’accordo, annunciato il 13 agosto, che prevede la normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, anche i rapporti tra i diversi gruppi politici palestinesi si stanno dirigendo verso una maggiore coesione, con il fine ultimo di porre fine alle divisioni tra Gaza e la Cisgiordania.

Il 3 settembre, il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, ha tenuto un incontro con i leader di tutte le fazioni palestinesi, tra cui figuravano altresì il capo dell’ufficio politico del Movimento Islamico di Resistenza Hamas, Ismail Haniyeh, in videoconferenza dal Libano, e la guida del Jihad Islamico Palestinese, Ziyad Al-Nakhalah. Le discussioni di Ramallah e Beirut hanno avuto come obiettivo la creazione di una “strategia palestinese” in grado di contrastare i piani di annessione della Cisgiordania, il cosiddetto “accordo del secolo”, annunciato dal capo della Casa Bianca, Donald Trump il 28 gennaio, e i recenti progetti di normalizzazione tra Israele ed UAE.

Negli ultimi anni, in realtà, Hamas e gli altri gruppi palestinesi avevano più volte esortato il presidente Abbas ad organizzare un incontro simile. Una proposta che è stata ripetutamente rigettata, in quanto, a detta del presidente dell’Autorità palestinese, era dapprima necessario raggiungere un accordo che prevedesse l’unione tra Hamas e le diverse fazioni. Ora, però, le sfide sono aumentate e Abbas ha consentito un meeting di alto livello. Parallelamente, nel corso degli ultimi due mesi, spinti dai piani di annessione annunciati da Israele, anche Hamas e Fatah hanno mostrato la volontà di cooperare e di fare fronte comune in un quadro di “resistenza popolare congiunta”, volta a contrastare la decennale presenza israeliana.

Un’atmosfera simile ha portato alla dichiarazione finale del 3 settembre, in cui le fazioni palestinesi hanno ribadito la propria opposizione al piano di Trump, all’accordo di normalizzazione e al progetto israeliano di annessione dei territori palestinesi della Cisgiordania. Il leader di Hamas, Haniyeh, ha definito “storico” l’incontro delle fazioni e ha elogiato Abbas, una mossa considerata rara dai leader del partito islamista. Con un’altra mossa insolita, Haniyeh è apparso in un’intervista della Palestine TV, l’emittente televisiva ufficiale dell’Autorità Palestinese. Anche in questo caso, si è trattato della prima apparizione di un leader di Hamas.

Un altro risultato del raro incontro è legato all’istituzione di tre comitati, i quali includeranno rappresentanti di tutti i 14 partiti palestinesi che hanno partecipato all’incontro del 3 settembre, ed i cui lavori dureranno per circa cinque settimane. Il primo è incaricato di formare una “leadership nazionale unificata sul campo” che guiderà il movimento di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana. Al secondo comitato è stato assegnato il compito di delineare una “visione congiunta” che ripristini l’unità tra Gaza e la Cisgiordania, mentre la terza commissione dovrà provare a dare nuovo slancio all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Abbas ha promesso che accetterà tutte le proposte avanzate dalle commissioni.

Hamas e Fatah sono ai ferri corti dal 2007, quando il primo ha estromesso dal potere le forze di sicurezza guidate da Fatah a Gaza, dopo mesi di tensioni. Le due parti hanno raggiunto alcuni accordi, ma nessuno è stato mai realmente attuato. Molti funzionari palestinesi hanno espresso la speranza che gli attuali colloqui intra-palestinesi e i progressi recentemente raggiunti tra Hamas e Fatah possano portare a una svolta.

A tal proposito, l’alto funzionario di Fatah, Abdullah Abdullah, ha dichiarato al quotidiano The New Arab che le misure proposte il 3 settembre rappresentano delle mosse rilevanti verso la formazione di un’alleanza e il superamento delle divergenze del passato, in modo da affrontare quanto minaccia la causa palestinese. Il lavoro dei comitati, ha affermato Abdullah, si baseranno sui principi che accomunano i gruppi palestinesi. “Se partiremo da punti di disaccordo, ci vorrà molto tempo e non raggiungeremo mai l’unità. Dobbiamo quindi partire dai punti di accordo, che sono fondamentali e strategici. Questo porterà a costruire ponti di fiducia” sono state le parole del funzionario.

Gli ultimi colloqui di Hamas e Fatah sono stati caratterizzati dal tentativo di trovare un denominatore comune tra i due principali movimenti palestinesi. A parte il loro rifiuto verso le misure degli USA e di Israele, i due gruppi hanno anche convenuto che la resistenza popolare non violenta è la strategia migliore per resistere all’occupazione militare israeliana. Il segretario generale del Comitato centrale di Fatah, Jibril Rajoub, che ha avviato i colloqui con Hamas a giugno, l’8 settembre ha riferito alla stampa che le fazioni palestinesi hanno concordato un “programma unificato per la resistenza popolare contro Israele”.

L’alto funzionario di Fatah ha poi aggiunto che presto sarà annunciato un comando sul campo unificato composto da tutte le fazioni palestinesi, così come un piano di resistenza popolare che includa anche i gruppi di “disobbedienza civile”. “Ci sarà un cambiamento nelle regole di ingaggio in accordo con tutte le fazioni, e non permetteremo all’occupazione di sradicare un ulivo o di ferire un palestinese senza pagarne il prezzo”.

In tale quadro, un alto funzionario di Hamas ed ex ministro per gli Affari dei prigionieri, Wasfi Qabha, ha dichiarato a The New Arab che l’incontro del 3 settembre “è giunto nel momento giusto per salvare e rilanciare gli organismi politici palestinesi […] ed ha dato al popolo palestinese speranza e ottimismo”. Abdul-Rahman Zidan, altro funzionario di Hamas ed ex membro del Consiglio legislativo palestinese (PLC), ha elogiato i progressi compiuti con Fatah. “L’incontro è stato positivo perché è avvenuto senza intermediazioni” è stato affermato, mettendo in luce come i recenti sviluppi politici richiedano la necessità di mettere da parte gli interessi delle singole fazioni, per ripristinare la fiducia del popolo palestinese e rafforzare la loro determinazione nell’affrontare le sfide.

Tuttavia, visto che negli ultimi 13 anni i colloqui intra-palestinesi non hanno mai portato a risultati concreti, la popolazione palestinese ha reagito con indifferenza ai recenti sviluppi ed ha espresso scetticismo su una possibile svolta. Un analista politico palestinese, Muhammad Shehada, ha affermato che degli “esponenti egoisti di entrambe le parti” potrebbero minare la buona riuscita dei colloqui, a meno che non vengano “neutralizzati”. Questo perché, a detta di Shedada, vi sono leader di spicco che percepirebbero l’unità tra i gruppi palestinesi come una minaccia ai propri interessi. Il rischio è che tali personalità alimentino nuove tensioni e minino gli sforzi di riconciliazione.

Ad ogni modo, l’analista palestinese ha evidenziato che la natura inclusiva dei suddetti comitati è un segnale positivo che fa sperare nell’impegno delle parti coinvolte nell’elaborare analisi e proposte che descrivano realmente la situazione così com’è e cerchino di cambiarla. A detta di Shedada, il dubbio resta sulla reazione di leader palestinesi rivali rispetto alle indicazioni delle commissioni e sul loro adempimento.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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