Doha: al via i colloqui tra i talebani e il governo di Kabul

Pubblicato il 12 settembre 2020 alle 18:30 in Afghanistan Asia

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Due delegazioni formate rispettivamente dai rappresentanti del governo afghano e da quelli dei talebani si sono riunite il 12 settembre a Doha, in Qatar, per avviare i negoziati per la pace intra-afghana che potrebbe porre fine a diciannove anni di conflitti interni al Paese, dopo più rinvii e nonostante in Afghanistan stiano continuando le violenze.

L’obiettivo degli incontri di Doha sarà la definizione di un nuovo governo condiviso dalle fazioni interne alla Nazione ma, come hanno fatto notare più esperti e osservatori, nonostante aver portato le parti al tavolo dei negoziati abbia rappresentato un notevole risultato, ciò non significa che il percorso di pacificazione sarà semplice. Se i negoziati si concludessero con successo, si tratterebbe della prima volta in molti decenni in cui la formazione di un governo per il Paese avviene in maniera pacifica, tuttavia, più critici del processo ritengono anche che le continue violenze perpetrate dai talebani in Afghanistan stessero di fatto “puntando la pistola alla tempia” dell’esecutivo di Kabul.

Alla cerimonia d’apertura di quelli che più osservatori hanno definito negoziati “storici”, il presidente dell’Alto Consiglio per la riconciliazione nazionale dell’Afghanistan nonché leader della delegazione del governo di Kabul, Abdullah Abdullah, ha affermato che, se le parti lavoreranno insieme per la pace, la miseria che sta affliggendo il Paese troverà una fine e ha annunciato che la propria fazione proporrà un cessate il fuoco umanitario, da rispettare per tutta la durata dei negoziati. Abdullah ha affermato che il conflitto in corso non avrà vincitori se combattuto con mezzi militari ma se la crisi in cui versa il Paese sarà risolta secondo il volere del popolo, allora non vi saranno sconfitti.

Il leader della delegazione talebana, Mullah Baradar Akhund, ha affermato che l’Afghanistan dovrebbe reggersi su un sistema islamico in cui tutte le tribù ed etnie possano riconoscersi senza discriminazioni, in un clima di fratellanza. Nonostante durante i dialoghi potranno emergere difficoltà sarà importante proseguire con pazienza. Tuttavia, non è ancora chiaro quale sia la visione talebana per il futuro politico dell’Afghanistan al di là di istituire un governo islamico, in quanto gli sforzi dei militanti sono stati finora indirizzati al ritiro delle truppe statunitensi dal Paese.

I negoziati di pace intra-afghani sono stati resi possibili da un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato lo scorso 29 febbraio, anch’esso a Doha. In base a tale intesa, Washington si è impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan da 13.000 a 8.600 entro i primi 135 giorni successivi alla firma dell’accordo e a concludere il loro ritiro totale entro 14 mesi dalla stessa data. Oltre a questo, nella stessa occasione, gli USA avevano negoziato con i talebani anche il rilascio di 5.000 prigionieri loro affiliati dalle carceri afgane, come condizione preliminare per la partecipazione del gruppo ai colloqui di pace con il governo di Kabul. Se questi ultimi si rivelassero efficaci, rappresenterebbero una determinante conquista diplomatica dell’amministrazione del presidente USA, Donald Trump, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo 3 novembre.

I talebani non avevano fino a quel momento accettato di partecipare a colloqui diretti con l’esecutivo di Kabul, appoggiato da Paesi occidentali, in quanto non lo ritengono un governo legittimo. Per mitigare tale problematica, la delegazione guidata da Abdullah è stata formata sia con membri del governo, sia dell’opposizione e con attori esterni all’amministrazione di Kabul. Secondo quanto affermato dai suoi membri, l’obiettivo primario di tale fazione è proprio quello di ottenere un cessate il fuoco duraturo delle ostilità, che, secondo stime del New York Times, ogni giorno costano la vita a circa 50 persone, un costo enorme per un Paese con circa 30 milioni di abitanti.

All’apertura dei negoziati ha preso parte anche il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, il quale, nel suo intervento, ha detto alle due delegazioni che la scelta del futuro sistema politico dell’Afghanistan spetterà solamente a loro ma che spera che la soluzione prescelta proteggerà i diritti degli afghani e il progresso sociale, qui inclusa la presenza delle donne nella vita pubblica. Durante il dominio talebano in Afghanistan negli anni Novanta, il gruppo limitò notevolmente le libertà civili e precluse alle donne e alle minoranze etniche molti diritti basilari.

 Pompeo ha anche affermato che i dialoghi intra-afghani richiederanno duro lavoro e sacrificio ma che consentiranno una pace durevole se le parti coglieranno questa opportunità. Infine, Pompeo ha anche dichiarato che l’ampiezza della futura assistenza finanziaria che Washington sarà disposta ad elargire a Kabul dipenderà dalle scelte e dai comportamenti avuti dalle parti durante i negoziati.

L’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell, connesso via video, ha, invece, affermato che in cima all’agenda dei negoziati dovrà esserci l’interruzione delle ostilità all’interno del Paese, in particolare, i talebani dovranno fermare i propri combattenti che stanno continuando a condurre attacchi contro le forze afghane e i civili.

L’apertura dei negoziati intra-afghani è avvenuta ad un giorno di distanza dal diciannovesimo anniversario degli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, che spinsero Washington ad intervenire proprio in Afghanistan, su ordine dell’allora presidente George W. Bush, per catturare l’architetto degli attacchi, Osama bin Laden, a cui era stato dato asilo dai talebani che allora controllavano gran parte dell’Afghanistan. Dopo la fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, il Paese ha vissuto grandi divisioni. Dal 1996 i talebani presero il controllo su gran parte del Paese, in seguito a una sanguinosa guerra civile combattuta contro le varie fazioni locali. Nel 2001, però, dopo che gli USA invasero l’Afghanistan il dominio talebano fu intaccato, e, da allora, il Paese ha vissuto in uno stato di perdurante guerra interna. Il gruppi islamista si riformò e iniziò a condurre una generale insorgenza che si è protratta fino ad oggi.

Si stima che il conflitto intra-afghano, solamente nel 2019, abbia causato la morte di 10.000 persone e che nell’ultimo decennio abbia procurato 100.000 vittime. Oltre alle morti, la guerra in Afghanistan ha distrutto anche l’economia del Paese dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha di recente affermato che, al momento, sono gli aiuti stranieri, il cui principale donatore è Washington, a tenere in piedi il bilancio del Paese.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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