Coronavirus: l’Europa centrale alle prese con una seconda ondata più grave della prima

Pubblicato il 12 settembre 2020 alle 7:48 in Repubblica Ceca Ungheria

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I Paesi dell’Europa centrale, usciti dalla prima ondata di coronavirus in condizioni migliori rispetto a gran parte degli Stati dell’Europa occidentale, si trovano adesso ad affrontare numeri ben più alti rispetto a quelli registrati durante il picco primaverile dell’epidemia. La Repubblica Ceca, in particolare, ha superato per la prima volta, l’8 settembre, il traguardo di oltre 1.000 nuovi casi di Covid-19 in un giorno, mentre l’Ungheria ha chiuso i suoi confini, per tutto il mese di settembre, con l’obiettivo di contrastare il rapido aumento dei tassi di infezione giornaliera. I pazienti risultati positivi al coronavirus sono aumentati anche in Polonia, soprattutto ad agosto, ma da allora i numeri stanno gradualmente diminuendo nel Paese.

L’impennata dei casi sta pesando molto sulla Repubblica Ceca, che precedentemente era stata acclamata come uno degli Stati europei che aveva affrontato con più successo la gestione della pandemia. Un record di circa 1.400 nuove infezioni è stato documentato, venerdì 11 settembre, nella nazione dell’Europa centrale, che conta circa 10,7 milioni di abitanti. Inoltre, negli ultimi 14 giorni, secondo le stime del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, il Paese ha segnalato uno dei più alti tassi di infezione in Europa rispetto alla popolazione nazionale. I funzionari cechi hanno attribuito la crescita dei casi ad un forte aumento dei test e sottolineano che la maggior parte delle nuove infezioni è di natura lieve e colpisce soprattutto i giovani, che sembrano resistere meglio al virus. Circa 168 casi sono stati ricondotti ad una festa organizzata in una discoteca di Praga a luglio.

Il primo ministro, Andrej Babiš, ha detto all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di “stare tranquilla” dopo che quest’ultima aveva espresso notevole preoccupazione in seguito alla diffusione di rapporti secondo cui i funzionari cechi starebbero pianificando di ridurre la ricerca e il controllo dei potenziali positivi perché molti dei nuovi casi risultano essere asintomatici. In un tweet abbastanza duro, Babiš ha accusato l’OMS di non aver inizialmente riconosciuto la pandemia e di non aver raccomandato fin da subito l’utilizzo di mascherine per combatterla. La regola dell’utilizzo di dispositivi di protezione, introdotta in Repubblica Ceca fin da marzo, anche nei luoghi all’aperto, è stata considerata una caratteristica determinante per il successo delle strategie contro la diffusione del virus.

Nel Paese dell’Europa centrale, le restrizioni e i regolamenti sono stati nel corso dei mesi gradualmente allentati, fino ad essere quasi completamente revocati a inizio luglio. Il bilancio delle vittime nella nazione è relativamente modesto, si contano 444 decessi su un totale di 29.877 casi dall’inizio della pandemia, ma le ultime statistiche sembrano confermare i crescenti sospetti che il Covid sia tutt’altro che sconfitto. Nell’ultima settimana è stato reintrodotto l’uso obbligatorio delle mascherine all’interno di tutti gli edifici pubblici e le strutture interne. Pub e ristoranti saranno costretti a chiudere a mezzanotte. L’economia ceca, una delle prime in Europa a rimanere bloccata dopo che il Paese ha chiuso i suoi confini, a marzo, si è contratta dell’11% nel secondo trimestre di quest’anno.

Una seconda chiusura non è in fase di valutazione, ha detto il premier Babiš il 9 settembre, ma nella vicina Ungheria le autorità hanno già risposto all’aumento dei casi chiudendo nuovamente i confini. Durante l’estate, i nuovi positivi in Ungheria sono rimasti per lo più inferiori a 50 al giorno, ma i record sono stati stabiliti regolarmente dalla fine di agosto, con un picco di 576 casi il 7 settembre.

Viktor Orbán, il primo ministro nazionalista del Paese, ha detto che la seconda ondata di coronavirus “sta bussando alla porta” e ha sottolineato che il compito più importante sarà quello di prevenire l’importazione di nuovi casi. Il Paese ha chiuso i confini a tutti tranne che ai cittadini e ai residenti permanenti per il mese di settembre. Gli ungheresi di ritorno dalle vacanze all’estero, anche da Paesi con bassi tassi di infezione, sono tenuti a restare in quarantena per due settimane.

Il Gruppo di Visegrad, noto anche come Visegrad 4, composto da Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia, si era detto orgoglioso del suo basso numero di casi a inizio anno. Adesso, però, le quattro nazioni stanno lottando per cercare di contenere una seconda ondata che sembra destinata ad essere peggiore della prima. La Polonia ha registrato un massimo giornaliero di 903 positivi il 21 agosto, anche se successivamente ha visto una leggera riduzione. In Slovacchia, che è stato il primo Paese insieme alla Repubblica Ceca a introdurre la mascherina obbligatoria, sono stati registrati l’8 settembre 161 nuovi casi, in contrasto con la prima parte dell’estate, quando i nuovi casi quotidiani spesso non superavano la doppia cifra.

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Chiara Gentili

di Redazione

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