Cina e India raggiungono un’intesa articolata in cinque punti

Pubblicato il 12 settembre 2020 alle 9:06 in Cina India

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Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar, hanno deciso di ridurre le tensioni in corso lungo la Linea di controllo effettivo (LAC), il confine de facto sino-indiano, rilasciando una dichiarazione congiunta ed elaborando un’intesa articolata in cinque punti, a seguito di un incontro avvenuto a Mosca il 10 settembre, a margine di una riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Sia Wang, sia Jaishankar hanno affermato che l’attuale situazione al confine non rientri negli interessi né indiani né cinesi.

Il Ministero degli Esteri indiano ha pubblicato i cinque punti attorno ai quali ruota l’intesa raggiunta. Primo fra tutti, i ministri hanno deciso che entrambe le parti debbano attenersi al consenso raggiunto dai rispettivi leader sullo sviluppo delle relazioni bilaterali, con particolare attenzione al concetto “non consentire che le differenze diventino controversie”. In secondo luogo, le rispettive truppe dovranno mantenere il dialogo, procedere verso il disimpegno, ridurre le tensioni e mantenere le dovute distanze. In terza istanza, le parti dovranno rispettare gli accordi e i protocolli riguardanti la frontiera sino-indiana finora stabiliti, evitando azioni che possano far degenerare la situazione. Il quarto punto prevede, poi, che le parti mantengano attivo il dialogo attraverso il meccanismo dei Rappresentanti speciali per le questioni di confine sino-indiane e che proseguano gli incontri del cosiddetto Working Mechanism for Consultation and Coordination on India-China border affairs (WMCC). Infine, i ministri hanno deciso che con l’allentarsi delle tensioni le parti debbano adoperarsi per definire nuove misure per la costruzione di rapporti di fiducia che garantiscano pace e tranquillità nell’area di confine.

Il ministro degli Esteri cinese, il giorno successivo, ha commentato gli esiti dell’incontro con la controparte indiana, avvenuto a seguito di due colloqui telefonici avuti separatamente con lo stesso Jaishankar e con il consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Ajit Doval. La Cina spera nell’effettiva implementazione dei cinque punti e ha ribadito che la questione più urgente è che i soldati indiani schierati lungo la LAC non violino gli impegni presi, in particolare, è importante evitare che venga nuovamente aperto il fuoco e, allo stesso tempo, ritirare il personale e l’equipaggiamento militare dal confine, ripristinandovi pace e stabilità. Per Wang le parti possono portare avanti i dialoghi per un accordo finale sulla questione frontaliera,  sulla base di quanto raggiunto il 10 settembre scorso.

Secondo il quotidiano The Diplomat, guardando al comunicato congiunto rilasciato a fine evento, l’incontro tra i due ministri, pur avendo lanciato un messaggio relativamente positivo, non avrebbe aggiunto “sostanza” a quanto finora deciso nei meeting avvenuti a livello militare e diplomatico che sono stati organizzati dal riaccendersi delle tensioni lungo la LAC. In particolare, l’intenzione indiana di ripristinare lo status quo precedente agli scontri di maggio lungo la frontiera, in particolare nella sezione occidentale nell’area di Ladakh, sarebbe venuta meno.

Quello tra i due ministri degli Esteri è stato il primo incontro avvenuto tra i due dal riaccendersi degli attriti di confine lungo la LAC lo scorso 5-6 maggio, quando si sono verificati i primi scontri fisici tra i due eserciti nella zona di Nathu La. Successivamente, il 15 giugno, un altro scontro è culminato nella morte di circa 20 soldati indiani nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh. Nonostante la Cina non abbia dichiarato caduti, l’episodio è stato l’incidente che ha causato il maggior numero di vittime tra i due eserciti dal 1967. Infine, il 7 settembre, Nuova Delhi e Pechino si sono accusate reciprocamente di aver sconfinato nel territorio dell’altra e di aver aperto il fuoco in segno di avvertimento, per la prima volta dal 1975, nella zona del lago Pangong Tso, un bacino che si estende dal territorio indiano di Ladakh fino alla regione autonoma del Tibet cinese e che è attraversato dalla LAC, violando un  accordo firmato dalle due potenze il 29 novembre 1996, il quale impedisce ad entrambe di aprire il fuoco o detonare esplosivi entro 2 km dalla LAC. 

Per quanto riguarda il lago Pangong Tso Pechino e Nuova Delhi ne rivendicano entrambe la riva settentrionale, mentre quella meridionale, secondo fonti indiane, sarebbe controllata dall’India. Al momento, il lago sarebbe uno dei maggiori punti di stallo nei negoziati sino-indiani, in quanto, sempre secondo fonti indiane, la Cina si rifiuterebbe di ritirare le proprie truppe dalla cosiddetta Finger Area, ossia da otto alture che si affacciano sulla sponda settentrionale del lago, in alcune delle quali sono stati posizionati soldati cinesi durante gli ultimi mesi di tensioni.

Da maggio, sono in corso più round di negoziati a livello militare e diplomatico per cercare di ridimensionare gli attriti lungo la LAC. Lo scorso 4 settembre, c’è stato un incontro tra i ministri della Difesa cinese e indiano, Wei Fenghe e Rajnath Singh, a Mosca, a margine di una riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, durante il quale sono state affrontate le tensioni in corso tra i rispettivi eserciti lungo la LAC. A seguito dell’incontro, le parti hanno rilasciato dichiarazioni discordanti nelle quali ognuna ha accusato l’altra di essere responsabile degli attriti  in corso, affermando entrambe ferma determinazione nella difesa della propria sovranità territoriale. Ciò nonostante, i ministri avevano convenuto che la scelta migliore fosse una risoluzione pacifica della questione, attraverso i canali di comunicazione attivi a più livelli. Nella stessa giornata, anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si era reso disponibile come mediatore tra le parti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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