Soldati birmani confessano crimini atroci contro i Rohingya

Pubblicato il 10 settembre 2020 alle 11:10 in Asia Myanmar

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Due disertori dell’esercito del Myanmar, Myo Win Tun e Zaw Naing Tun, hanno confessato di aver ricevuto ordine di eseguire omicidi di massa e violenze ai danni dell’etnia musulmana dei Rohingya, nel 2017. La notizia è stata diffusa dall’organizzazione per i diritti umani Fortify Rights che ha rilasciato le video-confessioni dei due ex-soldati birmani . Le loro storie confermerebbero testimonianze fornite dai sopravvissuti del sospetto genocidio dei Rohingya. 

Le registrazioni risalirebbero allo scorso luglio 2020 e sarebbero state realizzate dalla Arakan Army, un gruppo di ribelli che sta combattendo contro l’Esercito del Myanmar. Fortify Rights ha analizzato i video e, ritenendoli credibili, ha deciso di condividerli. Il direttore dell’organizzazione, Matthew Smith, ha definito le due registrazioni un momento di monumentale importanza per la giustizia dei Rohingya e della popolazione birmana. Nel riportare la notizia, la CNN ha però specificato di non aver potuto verificare indipendentemente la veridicità dei video e non è chiaro se i due uomini avrebbero confessato spontaneamente dopo essersi arresi come disertori o sotto costrizione, dopo essere stati catturati.

I video rappresenterebbero la prima forma di ammissione di colpevolezza da parte dell’Esercito birmano in merito ad una campagna di violenze di cui è accusato e che è stata condotta nel 2017 contro la minoranza etnica dei Rohingya, nello Stato birmano di Rakhine, al confine con il Bangladesh.

Nella sua confessione, Myo Win Tun ha affermato: “Abbiamo distrutto i villaggi musulmani vicini al villaggio di Taung Bazar. Abbiamo condotto le operazioni durante la notte eseguendo l’ordine di sparare a qualunque cosa vedessimo e sentissimo. Abbiamo sotterrato 30 cadaveri in una sola fossa”.  L’uomo ha poi aggiunto di essere stato inviato anche nel villaggio di Buthidaung Township nell’agosto del 2017 e di aver ricevuto ordine di uccidere tutti così da assicurarsi che la “razza dei Rohingya fosse sterminata” e di aver poi proseguito così villaggio dopo villaggio. Infine, Myo Win Tun ha anche confermato che la sua unità avrebbe stuprato le donne Rohingya prima di ucciderle.

Anche Zaw Naing Tun ha ammesso di aver partecipato alla distruzione di circa 20 villaggi musulmani, eseguendo gli ordini di uccidere tutti indiscriminatamente, sia adulti sia bambini. L’uomo ha dichiarato di aver ammassato 80 corpi in una fossa insieme ai suoi colleghi, di aver saccheggiato i villaggi Rohingya rubando i beni della popolazione e di aver assistito alla violenza contro donne di tale etnia ad opera dei suoi superiori.

Al momento, sembrerebbe che i due si trovino a L’Aia, alla Corte di Giustizia Internazionale, dove è in corso un’indagine sulla vicenda dei Rohingya, sebbene ciò non sia stato ancora confermato dalla Corte stessa che ha invece riferito l’arrivo di due persone che hanno richiesto protezione dopo aver confessato più crimini contro i Rohingya, in una postazione al confine con il Bangladesh.

I Rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato di Rakhine che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse notizie riguardo violenze di massa contro i Rohingya condotte dall’esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, era esplosa la violenza contro la minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che solamente nel primo mese di tale campagna siano state uccise 6.700 persone di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni.

 Le Nazioni Unite avevano accusato l’Esercito birmano di aver condotto tali operazioni con un intento genocida, ma il governo del Myanmar, guidato dal premio nobel Aung San Suu Kyi, aveva categoricamente respinto tali accuse, definendole incomplete e fuorvianti. Al contrario, il governo di Yangon aveva sostenuto che il proprio Esercito stesse combattendo contro gruppi armati di etnia Rohingya e che le operazioni di “sgombero” dei loro villaggi rientrassero all’interno di azioni di contrasto al terrorismo iniziate dopo attacchi mortali subiti dall’Esercito per mano della minoranza. 

Difronte alla pressione internazionale, il Myanmar aveva condotto un’indagine  i cui esiti erano stati rivelati lo scorso gennaio. Da essa emergeva che fossero stati compiuti crimini di guerra nello Stato di Rakhine ma si negava qualsiasi intento genocida.  Il 23 gennaio scorso, la Corte di Giustizia internazionale dell’Aia ha però disposto che il governo di Yangon protegga i Rohingya dal genocidio.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.