Libano: il porto di Beirut brucia ancora

Pubblicato il 10 settembre 2020 alle 15:53 in Libano Medio Oriente

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Il porto della capitale libanese Beirut è stato testimone di un nuovo vasto incendio, giovedì 10 settembre, a quasi un mese di distanza dall’esplosione che, il 4 agosto, ha causato circa 200 vittime.

Il luogo colpito è stato nuovamente l’area portuale e, nello specifico, la zona “duty free”. Secondo quanto riferito da fonti dell’esercito libanese, la causa è da far risalire ad un’esplosione presso un magazzino di pneumatici e oli. Anche un’autorità del porto, il direttore generale dell’amministrazione e degli investimenti, Basem al-Qaisi, ha dichiarato che l’incendio ha avuto luogo presso un edificio contenente barili di petrolio e pneumatici di gomma appartenenti ad una società straniera. Interrogato sulla possibile causa, al-Qaisi ha affermato che è ancora troppo presto per dare una risposta certa. Potrebbe essersi tratto di un errore, delle temperature elevate, o di altro ancora. Anche il presidente libanese, Michel Aoun, ha successivamente affermato che potrebbe essersi trattato di un atto di “sabotaggio” o del semplice risultato di negligenza.

Stando a quanto riportato dalla Croce Rossa libanese, non sono stati riportati feriti, ma semplicemente soggetti con difficoltà respiratorie. Al momento, le forze di Beirut, coadiuvate dalla Protezione civile, sono impegnate nelle operazioni di spegnimento attraverso i propri elicotteri, ed hanno esortato i cittadini della capitale, residenti nelle vicinanze del porto, ad evacuare la zona. Non da ultimo, le vie d’accesso sono state chiuse al traffico.

Testimoni sul posto hanno riferito di aver visto la nube di fumo salire al cielo, mentre uno stato di panico generale si è diffuso tra la folla. Così come accaduto circa un mese prima, i vigili del fuoco hanno dichiarato di essere giunti sul luogo dell’incendio senza ben sapere cosa fosse andato a fuoco. Tuttavia, questa volta “non sono andati alla cieca”, come affermato dal luogotenente Michel Murr, che sovrintende alle operazioni di spegnimento a Beirut. Sebbene improbabile, secondo il luogotenente, non è da escludere del tutto l’ipotesi di esplosione.

“Il porto di Beirut è ufficialmente una scena del crimine” ha affermato un attivista libanese, Karim Nammour, secondo cui assistere a incendi consecutivi non può essere considerato un semplice “incidente”. Soltanto due giorni prima, l’8 settembre, un altro rogo, di minore entità, aveva interessato la capitale, la quale risente ancora delle conseguenze dell’esplosione del 4 agosto, la quale ha riportato alla mente le immagini di Hiroshima e Nagasaki, a tal punto da prendere il nome di “Beirutshima”.

In tal caso, a provocare l’esplosione sono state 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio depositate presso magazzini del porto. Il bilancio delle vittime include 191 morti e circa 6.000 feriti. Oltre alle perdite di vite umane, l’incidente del 4 agosto ha causato ingenti danni materiali in tutta la città, equivalenti a circa 15 miliardi di dollari. Tra questi, la distruzione di almeno 3 ospedali e di uno dei silos di stoccaggio di grano del Paese. In tale quadro, il 3 settembre, le forze libanesi hanno trovato altre 4.35 tonnellate di nitrato di ammonio, depositate in quattro container situati nei pressi della zona portuale.

Nel frattempo, il numero di detenuti a causa dell’esplosione è salito a quota 25, dopo che, il primo settembre, sono stati arrestati quattro ufficiali dell’esercito, secondo quanto riportato dal giudice Fadi Sawan. Di questi, tre rivestono cariche di alto livello nelle agenzie di sicurezza statali, mentre il quarto è membro dei servizi di intelligence del porto. In precedenza, sono stati arrestati il direttore generale dell’agenzia doganale, Badri Daher, e il direttore del porto di Beirut, Hassan Quraitem. Le cause reali dell’esplosione, preceduta da un incendio presso l’hangar 12, sono tuttora ignote.

Sembra che le tonnellate di nitrato di ammonio fossero nel porto dal 16 novembre 2013, data in cui sono giunte a bordo di una nave proveniente dalla Georgia, la quale avrebbe dovuto successivamente attraversare il Canale di Suez per consegnare il carico a una compagnia del Mozambico. Il trasferimento, però, non è mai avvenuto ed i container sono rimasti per 6 anni “abbandonati” nel porto della capitale libanese. Secondo alcune fonti della sicurezza, l’incidente potrebbe essersi verificato a seguito di operazioni di “saldatura” in corso presso l’hangar andato in fiamme, volte a mettere in sicurezza i container per evitare eventuali dispersioni. Diverse fonti dubitano, però, della validità di tale ipotesi, così come di altre giustificazioni rilasciate da autorità accusate di corruzione e negligenza. Inoltre, stando a quanto emerso sino ad ora, oltre al nitrato di ammonio, l’hangar 12 ospitava altresì altro materiale esplosivo, tra cui cherosene, solventi e 25 tonnellate di petardi.

Il governo e le autorità responsabili sono stati accusati di negligenza e di mancata manutenzione, mentre continuano le indagini volte a identificare i responsabili della presenza di magazzini così pericolosi per lungo tempo. Un quadro simile ha provocato il malcontento e la rabbia della popolazione libanese, già vittima di una grave crisi economica e finanziaria, definita la peggiore minaccia dalla guerra civile del 1975-1990. Il clima di mobilitazione ha portato alle dimissioni del primo ministro Hassan Diab, a cui ha fatto seguito la nomina di Mustapha Adib, il 31 agosto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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