La Giordania reintroduce la leva obbligatoria per contrastare la disoccupazione

Pubblicato il 10 settembre 2020 alle 12:29 in Giordania Medio Oriente

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In un quadro economico che risente delle conseguenze della pandemia di coronavirus, il Regno hashemita della Giordania ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio per far fronte al fenomeno della disoccupazione, soprattutto giovanile.

La misura, annunciata il 9 settembre, riguarderà i giovani disoccupati di età compresa tra 25 e 29 anni. Questi saranno in servizio per 12 mesi, di cui tre di addestramento militare e altri nove di formazione professionale e tecnica, secondo un piano elaborato congiuntamente dai Ministeri del Lavoro e della Difesa. In tale quadro, il ministro del Lavoro giordano, Nidal al-Batayneh, ha specificato che nel 2020 saranno chiamati 5.000 uomini, mentre in un secondo momento, nel 2021, saranno reclutate 15.000 leve. Qualsiasi uomo, di età compresa tra i 25 e i 29 anni, in buona salute, che non lavora né studia, e che non è il capofamiglia prima della sua convocazione né l’unico figlio maschio, dovrà obbligatoriamente partecipare al programma, in cambio di uno stipendio mensile pari a 100 dinari, corrispondenti a circa 140 dollari.

Come riferito dal primo ministro di Amman, Omar al-Razzaz, nel corso della cerimonia per il lancio del programma, il Regno ha inaugurato “un progetto nazionale”, ovvero il servizio militare obbligatorio, il quale era stato abolito nel 1991. “I giovani e le risorse umane sono il nostro patrimonio più prezioso”, ha aggiunto Razzaz, affermando che il governo non resterà inerme di fronte al crescente aumento dei tassi di disoccupazione, conseguenza della pandemia di coronavirus.

La Giordania aveva abolito il servizio militare di leva obbligatorio tre anni prima di concludere un accordo di pace con Israele, il trattato di Wadi Araba del 1994, che ha normalizzato le relazioni tra i due Paesi dopo due conflitti. Il primo risale al 1948 e portò allo stanziamento di Israele nelle aree occidentali della Palestina, mentre la Giordania prese il controllo delle zone orientali palestinesi. Il secondo conflitto è del 1967 e risultò nella sconfitta della Giordania, con il conseguente ritiro da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania, pur continuando a mantenere la sovranità in questi territori. Tuttavia, il popolo giordano continua a considerare Israele un nemico.

Circa la situazione economica del Regno, il blocco causato dalla pandemia ha paralizzato le imprese giordane e ha ridotto le entrate di decine di milioni di dollari, provocando la contrazione economica più acuta degli ultimi venti anni. Il governo prevede che l’economia subirà un calo del 3,5% nel 2020, allontanandosi dalle stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il quale aveva previsto una crescita del 2% prima dello scoppio dell’emergenza coronavirus. In tale quadro, il tasso di disoccupazione è salito al 23% nel primo trimestre del 2020, secondo i dati ufficiali, rispetto al 19% dello stesso periodo del 2019.

Stando alle recenti dichiarazioni del ministro delle Finanze giordano Mohammad Al-Asas, a causa della crisi da Covid-19, la Giordania ha subito un calo delle entrate interne pari a 849 milioni di dollari fino alla fine di aprile. A complicare la portata della crisi, i mercati finanziari globali hanno frenato aiuti e prestiti, mentre il governo ha cercato di preservare il budget destinato alle reti di sicurezza sociale e sanitaria.

Di fronte a tale scenario, il 21 maggio, il FMI ha annunciato l’approvazione, da parte del Consiglio di amministrazione, di un piano volto a fornire finanziamenti immediati alla Giordania, nel quadro dello Strumento di finanziamento rapido (RFI). Si tratta di prestiti a basso interesse che per Amman dovrebbero ammontare a circa 396 miliardi di dollari.

Tuttavia, secondo alcuni, ciò non potrebbe bastare per risanare la situazione del Paese, e il deterioramento delle condizioni di vita potrebbe causare nuove proteste, i cui protagonisti saranno prevalentemente i sindacati e le istituzioni della società civile, spinti a scendere in piazza non solo dalla riduzione dei salari, ma anche dalla perdita di migliaia di posti di lavoro. Tra le possibili conseguenze di tale malcontento potrebbe altresì esservi lo scioglimento del Parlamento e le conseguenti dimissioni del governo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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