Egitto: il governo prova a placare la rabbia della popolazione

Pubblicato il 10 settembre 2020 alle 9:37 in Africa Egitto

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In un clima di crescente malcontento popolare, il primo ministro egiziano, Mostafa Kemal Madbouly, il 9 settembre, ha tenuto una conferenza stampa con cui ha annunciato concessioni in merito alle misure di demolizione di edifici ed abitazioni che hanno scatenato movimenti di protesta in diverse città del Paese.

Il premier del Cairo ha sottolineato che il problema degli abusi edilizi rappresenta una grande sfida per il Paese, soprattutto in un periodo tuttora segnato dall’emergenza sanitaria, economica e sociale legata alla pandemia di coronavirus. Il fenomeno di “edilizia illegale” si è diffuso soprattutto nelle aree rurali, provocando un aumento dei prezzi degli immobili, scatenato, a sua volta, dai costi per la procedura di “riconciliazione” volta a comprovare la legalità degli edifici. A tal proposito, la stragrande maggioranza dei cittadini che beneficia di alloggi considerati abusivi appartiene alle classi più povere, non in grado, quindi, di affrontare le spese richieste per evitare la demolizione della propria abitazione, spesso pari al 100% del prezzo di base dell’immobile. Inoltre, il popolo egiziano ha più volte lamentato le difficoltà legate alla procedura di riconciliazione, visto soprattutto il numero di documenti richiesti.

In tale quadro, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha emanato, nel mese di gennaio, un’ordinanza con cui ha sancito la possibilità di trovare, entro sei mesi, un accordo con lo Stato che consentirebbe di costruire in aree illegittime, stabilendo, al contempo, la demolizione di tutti quegli edifici costruiti abusivamente e di cui non ne è stata comprovata la legittimità, tra cui numerose abitazioni. Pertanto, la popolazione egiziana è scesa in piazza, nelle ultime settimane, per protestare contro una misura ritenuta illegale che ha costretto numerosi cittadini ad evacuare. A titolo esemplificativo, nel solo governatorato di al-Dakhilia, sono state demolite 1.200 case e 3.700 famiglie sono state costrette ad evacuare.  

Di fronte ad uno scenario di crescente mobilitazione, Madbouly ha riferito di aver esortato i governatori delle diverse province egiziane a tener conto della dimensione sociale legata all’ordinanza di al-Sisi ed ha stabilito concessioni e facilitazioni volte ad incoraggiare i cittadini a “legalizzare” i propri immobili attraverso la procedura richiesta. Le parole del premier sono giunte a poche settimane di distanza dalla scadenza, prevista per il 30 settembre, entro cui i cittadini egiziani sono chiamati a pagare le tasse e presentare i documenti per la riconciliazione.

Il premier ha affermato che il governo del Cairo è determinato a contrastare il fenomeno dell’abusivismo, evidenziando come, sin dagli anni Settanta e Ottanta, in quasi il 50% dei distretti urbani dei villaggi e delle città sono stati costruiti edifici “non pianificati”, a seguito del crescente aumento della popolazione. Al di là del mancato adempimento ai requisiti di sicurezza, ha riferito Madbouly, sono stati i terreni agricoli a pagarne le spese. L’Egitto ha perso fino a 400.000 feddan tra il 1980 e il 2011 e altri 90.000 negli ultimi nove anni, ha affermato il primo ministro, aggiungendo che ciò implica la perdita di risorse alimentari e posti di lavoro.

Pertanto, ha evidenziato Madbouly, la misura di al-Sisi mira a porre fine ad una problematica che dura da 40 anni e non è da considerarsi “punitiva”. Inoltre, una volta comprovata la legittimità, l’immobile avrà un valore maggiore, a beneficio del proprietario. “La nostra idea è quella di costruire uno Stato autentico con un’urbanistica adeguata e pianificata, dotato delle strutture di cui necessita, esattamente come tutti i Paesi sviluppati” ha affermato il primo ministro.

Le suddette dichiarazioni mirano a frenare un crescente malcontento, rappresentato dall’hashtag “Arrabbiati, egiziano” diffusosi di recente sui social network. Oltre ad opporsi alle misure di demolizione, la popolazione chiede altresì le dimissioni del presidente al-Sisi. Le ultime manifestazioni, stando a quanto riportato da al-Jazeera il 10 settembre, hanno avuto luogo ad Alessandria, dove la popolazione ha altresì inneggiato slogan come “Non ti voglio”, in risposta alle precedenti dichiarazioni di al-Sisi in cui si diceva disposto a dimettersi se gli egiziani glielo avessero chiesto.

Un tale sentimento, spiega al-Jazeera, è mosso da un quadro economico in crescente deterioramento e da perduranti violazioni dei diritti umani, come evidenziato dall’arresto di scrittori, giornalisti e intellettuali che esprimono idee contrarie al governo. Alla base del malcontento vi sono l’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi di base, i fenomeni di repressione da parte delle forze di sicurezza, la “nazionalizzazione” della vita politica e il controllo dei media, megafono della sola voce di al-Sisi. Alcuni cittadini hanno poi evidenziato l’incapacità del capo di Stato di gestire il dossier relativo alla diga africana, mettendo a rischio il futuro delle risorse idriche dell’Egitto, così come la questione delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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