Cina e India: fragili equilibri di confine

Pubblicato il 10 settembre 2020 alle 18:29 in Cina India

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Tra il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, e il suo omologo indiano, Subrahmanyam Jaishankar, è previsto un incontro a Mosca il 10 settembre, a margine di una riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, durante il quale i due parleranno delle crescenti tensioni lungo la Linea di controllo effettivo (LAC), il confine de facto sino-indiano, che in molti temono potrebbero sfociare in un conflitto tra i due Paesi più popolati al mondo, entrambi armati nuclearmente.

Quello tra i due ministri degli Esteri sarà il primo incontro dal riaccendersi degli attriti di confine lungo la LAC lo scorso 5-6 maggio, quando si sono verificati i primi scontri fisici tra i due eserciti nella zona di Nathu La. Successivamente, il 15 giugno, un altro scontro è culminato nella morte di circa 20 soldati indiani nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh. Nonostante la Cina non abbia dichiarato caduti, l’episodio è stato l’incidente che ha causato il maggior numero di vittime tra i due eserciti dal 1967. Infine, il 7 settembre, Nuova Delhi e Pechino si sono accusate reciprocamente di aver sconfinato nel territorio dell’altra e di aver aperto il fuoco in segno di avvertimento per la prima volta dal 1975 nella zona del lago Pangong Tso, violando un  accordo firmato dalle due potenze il 29 novembre 1996 e che impedisce ad entrambe di aprire il fuoco o detonare esplosivi entro 2 km dalla LAC.  

Le dispute territoriali tra Pechino e Nuova Delhi derivano dalla fine del dominio coloniale dell’allora Impero britannico sull’India, interrottosi nel 1947, e vedono i due Paesi rivendicare la propria sovranità su ampie porzioni di territorio l’uno dell’altro. Da un lato, dal 1950, la Repubblica Popolare Cinese, istituita l’8 ottobre dell’anno precedente, ha rifiutato e disconosciuto i trattati riguardanti il confine sino-indiano siglati in precedenza alla sua fondazione, sostenendo che fossero stati firmati dalla Cina sotto costrizione, dall’altro l’India li ritiene tuttora validi. La LAC rappresenta quindi un punto cruciale nelle relazioni sino-indiane in quanto si regge su un fragile equilibrio in tutti e tre i settori in cui può essere suddivisa, ovvero quello orientale, centrale e occidentale.

Il primo, rappresenta un nodo centrale delle dispute che riguardano l’area nota come Arunachal Pradesh, i cui oltre 83.000 km2 di estensione sono considerati dalla Cina parte del proprio territorio, al punto che li ha ufficialmente definiti “Tibet meridionale”, mentre, per l’India, che amministra di fatto l’area, si tratta di un proprio Stato, riconosciuto come tale dal 1986. Il 3 novembre 1914 in tale territorio fu tracciata la Linea McMahon con l’accordo di Simla, firmato dall’allora amministrazione britannica dell’India e dal Tibet, la quale definiva il confine dell’India con la Cina. In seguito all’indipendenza indiana, Nuova Delhi riconobbe unilateralmente tale demarcazione ma Pechino, dal canto suo, non la ritenne mai valida, né nel 1914, né dopo l’annessione del Tibet nel 1951.  Fu proprio tale confine conteso a determinare lo scoppio della guerra sino-indiana combattuta dal 10 ottobre al 21 novembre 1962 e conclusasi con la vittoria di Pechino che sottrasse all’allora nemico parte del territorio di Aksai Chin, che era stato oggetto del conflitto insieme alla ex North East Frontier Agency, diventata poi l’attuale Arunachal Pradesh. Nel 1975, poi, sempre in tale regione del settore orientale, furono sferrati gli ultimi colpi d’arma da fuoco lungo la LAC, prima dello scorso 7 settembre, causando la morte di 4 soldati indiani.

Dopo il 1962, invece, altri scontri si verificarono poi nel 1967 , quando persero la vita almeno 80 soldati indiani nel settore centrale del confine, dove si colloca il Sikkim, uno Stato indiano situato tra Bhutan, Tibet e Nepal. Sempre nel settore centrale, nell’altopiano del Doklam, nel 2017, vi furono, invece, più settimane di stallo tra gli eserciti indiano e cinese che, tuttavia, non causarono vittime. Infine,  sempre nel settore centrale, gli scorsi 5 e 6 maggio, nei pressi del passo di Nathu La, si sono riaccese le tensioni tuttora in corso.

 Per quanto riguarda, infine, il settore occidentale del confine, situato tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh, negli ultimi dieci anni l’India vi ha potenziato la costruzione di infrastrutture, tra cui strade e aeroporti, a ridosso della LAC. È proprio qui, che si sono verificati gli scontri mortali dello scorso 15 giugno e le tensioni del 7 settembre sul lago Pangong Tso. Secondo alcuni osservatori, sarebbe stato proprio il potenziamento delle infrastrutture indiane ad innescare la risposta cinese. Oltre a questo va poi considerato che l’Aksai Chin è anche una porzione della regione del Kashmir, caratterizzata da una grande presenza militare e dove sono in corso dispute territoriali tra India e Pakistan che ne amministrano aree distinte.

Prima del 1962, momenti di tensione si erano verificati, nel 1950, quando la Cina avviò la costruzione di una strada di collegamento tra le proprie regioni autonome del Tibet e del Xinjiang proprio sull’altopiano dell’Aksai Chin che ancora era ritenuto dall’India parte del territorio del Kashmir. Nel 1959, poi, l’India decise di ospitare nella propria città di Dharmsala il leader spirituale del Tibet, il Dalai Lama, che vi ha stabilito un auto-dichiarato governo in esilio, a seguito di un fallito tentativo di sollevamento contro i dominio cinese.  

Dal conflitto del 1962, la Cina e l’India hanno assistito entrambe ad un notevole sviluppo economico ma la prima, oltre ad aver sorpassato di gran lunga la seconda, è diventata anche il primo Paese di provenienza delle sue importazioni. Secondo dati della World Bank ripresi dalla CNN, l’India sarebbe il maggior importatore di beni cinesi al mondo, solo nel 2018 il valore di tali acquisti avrebbe superato i 90 miliardi di dollari, mentre il valore delle sue esportazioni rispetto a tale somma sarebbe di appena 1/5. Inoltre, da Pechino arrivano anche grandi flussi di investimenti in India. 

Alla rivalità territoriale si è aggiunta quindi anche quella economica. Da un lato, l’India ha cercato di trarre vantaggio dall’aumento del costo della manodopera in Cina per diventare il polo di produzione manifatturiera asiatico per le aziende straniere, con politiche quali la Make in India, approfittando anche delle crescenti tensioni di Pechino con Washington e Bruxelles. Nuova Delhi ha poi cercato di intensificare le proprie relazioni con gli Stati Uniti, infastidendo Pechino che ha visto, secondo alcuni, in tale alleanza un tentativo di controbilanciare la sua ascesa.

Dall’altro lato, però, la Cina ha avviato, nel 2013, il progetto infrastrutturale e d’investimenti delle Nuove Vie della Seta con il quale sta estendendo la propria influenza in tutta la regione asiatica, e non solo, e che è stato fermamente osteggiato dall’India. Tra le preoccupazioni di quest’ultima vi sarebbe il corridoio economico sino-pakistano, avviato nel 2015, e che ha visto la costruzione di una strada proprio nella regione del Kashmir pakistano, contesa con l’India. Oltre a questo, nell’ambito dello stesso progetto, la Cina ha investito in molti altri Paesi asiatici geograficamente vicini all’India e all’interno della sua sfera d’influenza, come lo Sri Lanka e il Nepal, e ha aumentato la presenza della propria Marina nell’Oceano indiano.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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