Gli USA bloccano i visti di alcuni studenti e ricercatori cinesi

Pubblicato il 9 settembre 2020 alle 20:13 in Cina USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno revocato i visti di alcuni studenti e ricercatori cinesi al fine di impedirgli di “rubare o appropriarsi di ricerche riservate”, secondo quanto ha riferito Chad Wolf, capo ad interim del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli USA.

In un discorso a Washington, il 9 settembre, Wolf ha ripetuto le accuse relative alle pratiche commerciali scorrette e allo spionaggio industriale portate avanti dalla Cina. Secondo le autorità statunitensi, Pechino starebbe tentando di rubare informazioni anche sul coronavirus. Per portare avanti tali atti illeciti, secondo Wolf, la Cina ha abusato dei visti per studenti e ha sfruttato il mondo accademico statunitense. “Stiamo bloccando i visti per alcuni dottorandi e ricercatori cinesi legati al mondo militare per impedire loro di rubare e appropriarsi in altro modo di ricerche riservate”, ha dichiarato. Wolf ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno anche “impedendo ai beni derivanti dal lavoro forzato di entrare nei nostri mercati, chiedendo che la Cina rispetti la dignità intrinseca di ogni essere umano”. Si tratta di un riferimento ai presunti abusi ai danni della minoranza musulmana nella regione cinese dello Xinjiang. Wolf non ha però fornito ulteriori dettagli a riguardo del numero di ricercatori che verranno colpiti dalla revoca dei visti. 

Tuttavia, già il 2 settembre, alcuni studenti cinesi iscritti alle università statunitensi hanno dichiarato di aver ricevuto comunicazioni dall’ambasciata degli Stati Uniti a Pechino o dai consolati statunitensi in Cina che li informavano che i loro visti erano stati annullati con effetto immediato. La maggior parte di questi ha affermato studiare materie come scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Alcuni hanno riferito di essere ricercatori o di aver conseguito la laurea in università cinesi che hanno legami con l’Esercito Popolare di Liberazione di Pechino. La notizia arriva in un momento in cui le relazioni sino-americane sono ai minimi storici e i due Paesi si scontrano su una serie di questioni, dal commercio ai diritti umani e alla pandemia di coronavirus.

I rapporti tra Washington e Pechino sono peggiorati a partire dall’avvio della guerra commerciale, che è cominciata il 23 marzo 2018, quando gli USA hanno imposto dazi del 25% e del 10% sulle importazioni rispettivamente di acciaio e alluminio. Tale decisione ha direttamente colpito la Cina. Lo stesso giorno, Trump ha annunciato un piano di tariffe e sanzioni commerciali sui beni importati per un valore stimato intorno ai 60 miliardi di dollari. Pechino ha risposto il giorno seguente, annunciando tasse nei confronti di 128 prodotti americani per un valore di 3 miliardi di dollari. Il 6 luglio 2018 gli Usa hanno imposto dazi addizionali del 25% su altri prodotti cinesi, per un valore di altri 34 miliardi di dollari, dando avvio, secondo Pechino, alla “più grande guerra commerciale della storia economica”. Ulteriori trance di tariffe sono state implementate da entrambi i Paesi nei mesi successivi. 

L’Accordo economico-commerciale “di fase 1” firmato il 15 gennaio scorso alla Casa Bianca da Liu He e da Trump era stato il primo passo concreto verso la fine della guerra dei dazi. Tra le clausole dell’intesa, figura l’acquisto da parte cinese di beni statunitensi per 77 miliardi di dollari entro il primo anno dalla firma ma, al momento, le importazioni di Pechino starebbero procedendo ad un ritmo ben più lento del necessario. Ad esempio, nonostante la Cina abbia aumentato l’acquisto di prodotti agricoli tra cui la soia, è ancora lontana dalla cifra di 36,5 miliardi di dollari di spesa per l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi, come mostrato dall’ Ufficio del censimento USA che ha finora registrato esportazioni di beni agricoli verso la Cina per 7,274 miliardi. Lo stesso si può dire per il settore energetico, nel quale la Cina ha acquistato prodotti solamente per il 5% dei 25,3 miliardi promessi per la prima metà del 2020 ma le compagnie petrolifere statali di Pechino hanno ingaggiato per i mesi di settembre e agosto petroliere in grado di trasportale almeno 20 milioni di barili di greggio statunitense.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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