Gli Stati Uniti riducono la presenza militare in Iraq

Pubblicato il 9 settembre 2020 alle 17:35 in Iraq USA e Canada

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L’esercito degli Stati Uniti ha annunciato una riduzione delle proprie truppe in Iraq, da 5.200 a 3.000 soldati. La notizia è stata resa nota il 9 settembre, ma rende ufficiale una decisione che era attesa da tempo.

Gli Stati Uniti hanno stanziato in Iraq circa 5.200 soldati, impiegati prevalentemente nella lotto contro lo Stato Islamico. A seguito dell’annuncio della diminuzione delle truppe statunitensi nel Paese mediorientale, i funzionari della coalizione internazionale contro l’ISIS, guidata dagli Stati Uniti, hanno affermato che le forze armate irachene sono ora maggiormente in grado di gestire da sole la minaccia terroristica. “Stiamo continuando ad espandere i nostri programmi per aumentare la capacità delle forze irachene e ci consentono di ridurre la nostra presenza in Iraq”, ha dichiarato durante una visita in Iraq, il generale dei Marine, Frank McKenzie, capo del Comando Centrale degli Stati Uniti. Un alto funzionario dell’amministrazione aveva dichiarato, l’8 settembre, che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avrebbe annunciato a breve la riduzione delle truppe statunitensi dall’Iraq. La decisione rappresenta una volontà di entrambi i Paesi e gli USA non prevedono, al momento, di mantenere basi permanenti o una presenza militare permanente in Iraq.

Per Washington, il ritiro rientra nelle promesse elettorali di Trump durante la campagna presidenziale del 2016, quando aveva promesso di porre fine alle “guerre infinite” dell’America. Tuttavia, nonostante alcune riduzione, rimane una presenza massiccia di soldati statunitensi rimangono in Paesi come Afghanistan, Iraq e Siria. Per Baghdad, invece, la diminuzione della presenza straniera sul territorio nazionale soddisfa le richieste della popolazione e del Parlamento. In particolare, il sentimento anti-USA è cresciuto a seguito degli eventi del 3 gennaio, quando il presidente Trump ha ordinato un attacco aereo presso l’aeroporto internazionale di Baghdad, al fine di uccidere il generale iraniano, Qasem Soleimani. La Casa Bianca non aveva chiesto l’autorizzazione dell’Iraq per effettuare un assalto di questo tipo sul proprio territorio nazionale. A partire da questo momento, la tensione in Medio Oriente è salita progressivamente, con numerose ritorsioni e manifestazioni di dissenso popolare in Iran e in Iraq. 

Circa la presenza di Washington in Iraq, numerosi gruppi armati, circa 70, si sono detti a favore di un’escalation militare volta a cacciar via le forze statunitensi dal Paese. In tale quadro, un deputato iracheno della coalizione Al-Fatah, Amer Al-Fayez, ha invitato il governo di Al-Kadhimi a chiarire la sua posizione riguardo a quelle che ha definito “palesi violazioni della sovranità irachena” da parte degli USA. Inoltre, l’esecutivo di Baghdad è stato criticato per il proprio silenzio a seguito dei test condotti da Washington, all’interno della propria ambasciata a Baghdad, sui sistemi di missili Patriot, dispiegati in Iraq già nel mese di marzo scorso. Nel frattempo, alcune fonti hanno rivelato al quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed che vi sono gruppi politici filo-iraniani che starebbero provando a creare un fronte di opposizione alla squadra di al-Kadhimi, facendo leva su alcune questioni, tra cui l’ingerenza di Washington. Tra i principali rappresentanti di tale opposizione vi sarebbe proprio l’alleanza al-Fatah, guidata da Hadi al-Amiri, la quale è stata posta al controllo delle attività della squadra governativa con il fine di preservare gli interessi della popolazione irachena.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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