Israele e i Paesi del Golfo: la vera posta in gioco

Pubblicato il 8 settembre 2020 alle 6:00 in Il commento Israele

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

La normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi del Golfo potrebbe essere il primo vero successo di Trump in politica internazionale. Dopo gli Emirati Arabi Uniti, anche il Bahrein annuncia di voler abbracciare Netanyahu. Nessuno cada in inganno: la vera posta in gioco è la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, a cui il mondo islamico deve abituarsi un po’ alla volta perché è cosa dirompente sotto il profilo emozionale, capace di destabilizzare un regno intero. Astuti, i sauditi mandano avanti gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, satelliti riconoscenti: il 14 marzo 2011, i soldati sauditi si sono recati in Bahrein per schiacciare la primavera araba e salvare la casa regnante. Ma quando toccherà al re saudita di stringere la mano di Netanyahu, la fitta sarà dolorosa. L’intesa è un’operazione di palazzo, senza seguito tra le masse musulmane. Però sarebbe un successo “assoluto” per Trump, nel senso che non avrebbe termini di paragone con nessun altro suo successo in politica internazionale, visto che non ne ha riportato nemmeno uno. Sui fronti caldi, non vi è questione che Trump possa rivendicare come un “successo”. In Corea del Nord, Afghanistan, Siria, Iraq, Libia, Mar Cinese Meridionale, Hong Kong, Ucraina dell’est e curdi, Trump non ha migliorato la posizione degli Stati Uniti. Semmai l’ha peggiorata, se pensiamo che la Corea del Nord è diventata una potenza nucleare sotto il suo sguardo e che il parlamento dell’Iraq ha votato l’espulsione dei soldati americani, dopo che Trump ha liquefatto il generale Soleimani con un missile nel traffico di Baghdad del 3 gennaio 2020. Ma con riferimento al conflitto israelo-palestinese, le cose non potrebbero andare meglio, anzi peggio, dipende dai punti di vista. Peggio, perché i palestinesi hanno perso la speranza di vedere riconosciuti i loro diritti sanciti dalle risoluzioni dell’Onu, che dovrebbero costituire il diritto internazionale, quel materiale plastico modellabile, a cui i grandi della Terra conferiscono la forma a loro più gradita con disinvolte digitopressioni. Meglio, perché Israele ha vinto in modo totale la guerra iniziata nel 1948. Immaginando che si arrivi a un’amicizia tra Israele e Arabia Saudita, nessuno potrebbe negare il successo di Trump: è lui l’artefice di questa operazione, anche se l’avvicinamento tra sauditi e israeliani è iniziato prima che conquistasse la Casa Bianca. Chi può dimenticare le dichiarazioni rilasciate, il 19 novembre 2017, da Yuval Steinitz, ministro israeliano dell’energia? Steinitz rivelò che israeliani e sauditi tessevano, da anni, intese segrete contro l’Iran. L’avvicinamento tra Israele e Arabia Saudita risale almeno al 28 marzo 2002, quando la Lega Araba, riunita a Beirut, offrì un’amicizia completa agli israeliani, se avessero concesso ai palestinesi uno Stato con capitale a Gerusalemme est e si fossero ritirati dalle alture siriane del Golan. Figuriamoci: oggi Netanyahu vuole annettere il Golan e tanta terra altrui, Cisgiordania inclusa. Per cui adesso le richieste sono altre: basta che Israele, così dicono gli Emirati Arabi Uniti, non conquisti anche l’ultimo mezzo metro di terra palestinese. Tutto qui. La resa dei Paesi del Golfo è totale e mostra il ruolo enorme della forza in politica internazionale giacché il trionfo di Israele è militare e non politico. In Medio Oriente, quasi tutto viene deciso con la forza e la politica riconosce le situazioni di fatto. È così in Libano, Yemen, Palestina, Iraq, Afghanistan, Siria e Libia. Il problema è che l’abbraccio tra Israele e i Paesi del Golfo non porrà fine al conflitto israelo-palestinese. Trump può negare che il conflitto esista, ma sarebbe come negare l’esistenza del sole, che infiamma chiunque si avvicini. Sotto la guida di Trump, l’Arabia Saudita otterrebbe un effetto e un contro-effetto: l’effetto di indebolire l’Iran grazie a un’alleanza con Israele, e il contro-effetto di rafforzare l’Iran e la Turchia in seno al mondo musulmano, che diventerebbero gli unici paladini dei palestinesi. Hamas, ancora a Gaza, assicurerebbe la prosecuzione del conflitto. Senza considerare le fiamme dell’inferno jihadista: l’Isis e al Qaeda userebbero la normalizzazione per ribadire che l’Arabia Saudita è asservita agli americani e pure agli israeliani. Per una pace vera, occorre il diritto. Però la forza va benissimo per una pace finta.

Leggi Sicurezza Internazionale, l’unico quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale.

Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.