Libia: il ministro dell’Interno Bashaga viene riammesso

Pubblicato il 4 settembre 2020 alle 8:29 in Africa Libia

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Il ministro dell’Interno del governo di Tripoli, Fathi Bashagha, ha ricevuto l’autorizzazione a ritornare a svolgere le proprie mansioni, dopo la sospensione annunciata il 28 agosto.

Secondo quanto riportato da al-Arabiya, nella sera del 3 settembre il premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha annunciato la reintegrazione di Bashagha dall’interno della sede del Consiglio presidenziale della capitale Tripoli. Poche ore dopo, il ministro dell’Interno ha fatto ingresso nella città, scortato da convogli militari delle milizie di Misurata ad egli affiliate. A detta del quotidiano, la presenza dei gruppi legati a Bashagha ha rappresentato una “dimostrazione di forza” nei confronti di al-Sarraj e delle milizie tripoline.

Il 28 agosto, il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), con a capo al-Sarraj, aveva reso noto che il ministro dell’Interno era stato sospeso e che sarebbero state avviate indagini sulla gestione e sulla repressione violenta delle proteste verificatesi nella capitale nei giorni precedenti, durante le quali uomini armati hanno sparato contro i gruppi di manifestanti. Ora, stando a quanto specificato dal quotidiano al-Wasat, Bashagha potrà ritornare al lavoro, ma, nel frattempo, le indagini proseguiranno. Tra le prime operazioni, il 3 settembre stesso, il ministro tripolino si è recato presso la sede dell’Amministrazione generale per la sicurezza, dopo aver partecipato ad una delle prime sessioni di inchiesta, il cui focus è stato il ruolo dell’Interno e dei membri dell’apparato di sicurezza libico nelle proteste verificatesi dal 23 agosto scorso.

Come affermato da al-Arabiya, la decisione del 3 settembre ha allontanato il pericolo di un eventuale scontro dagli esiti “imprevedibili” tra le milizie di Misurata, affiliate a Bashagha, e i gruppi di Tripoli, legati al premier al-Sarraj. La popolazione di Misurata si era precedentemente opposta, attraverso una dichiarazione, alla sospensione del ministro tripolino, il quale è da considerarsi tra i principali rappresentanti della città, sin dalle sue origini, dove è riuscito a guidare i gruppi armati più forti dell’Ovest libico. Si stima che gli uomini di tali milizie, “ben armati”, ammontino a circa 17.000, e questi avrebbero tutti partecipato nelle battaglie contro l’Esercito Nazionale Libico (LNA), a fianco dell’esercito di Tripoli.

A detta di al-Arabiya, inoltre, la riammissione di Bashagha sarebbe stata promossa dalla Turchia, alleata del GNA, con il fine di salvaguardare il ruolo del suo “braccio forte” e soprattutto la stabilità del governo stesso, il cui indebolimento avrebbe messo a repentaglio gli accordi firmati il 27 novembre 2019, a beneficio dell’LNA e del suo generale, Khalifa Haftar. Per altri, invece, al-Sarraj sarebbe ritornato indietro sui suoi passi spinto dalle milizie di Misurata, anch’esse timorose di eventuali divergenze che avrebbero minato gli sforzi profusi sino ad ora. Queste avrebbero esercitato pressioni sul premier di Tripoli, minacciando di rivelare il suo eventuale coinvolgimento in casi di corruzione e danneggiando ulteriormente la sua immagine agli occhi della popolazione libica.

Le manifestazioni a Tripoli e Misurata sono iniziate il 23 agosto, quando la popolazione libica è scesa in piazza chiedendo le dimissioni del governo tripolino, alla luce di una corruzione dilagante e del deterioramento delle condizioni di vita. Il 24 agosto, il premier ha poi rivelato l’intenzione di attuare cambiamenti urgenti all’interno dell’esecutivo e di formare un governo di crisi. In particolare, dovrebbero venire eletti nuovi ministri soprattutto in dicasteri di primaria importanza per il benessere dei cittadini. 

A tal proposito, il 3 settembre, il movimento popolare libico, soprannominatosi “Il Movimento del 23 agosto” ha annunciato che avrebbe ripreso le proteste a partire dal giorno successivo, venerdì 4 settembre, a Tripoli e nelle città della Libia occidentale. I gruppi di manifestanti si sono detti determinati a protestare fino a quando non verranno soddisfatte le loro richieste relative al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche. La popolazione libica ha poi messo in luce il fallimento del governo di Tripoli, considerato corrotto, il dominio dei gruppi armati nei processi decisionali e l’utilizzo di denaro pubblico per finanziare mercenari. Inoltre, il Movimento ha richiesto al GNA di rilasciare i manifestanti detenuti o rapiti da milizie armate e di svolgere indagini sugli atti di repressione commessi. 

Il clima di disordine interno è da inserirsi nel quadro di una situazione di grave instabilità, che caratterizza la Libia dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese Nord-africano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a effettuare una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato vi è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Anche la Giordania è considerata tra i suoi principali esportatori di armi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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