Montenegro: il presidente accusa la Serbia di “interferenza” nelle elezioni

Pubblicato il 3 settembre 2020 alle 9:39 in Balcani Serbia

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Il presidente del Montenegro, Milo Djukanovic, ha accusato la vicina Serbia di aver intrapreso “un’aggressione politica e mediatica” prima del voto parlamentare del 30 agosto, quando il suo partito, di ispirazione partito filo-occidentale, ha subito una grave battuta d’arresto. Il Partito Democratico dei Socialisti (DPS) di Djukanovic, che guida il piccolo Stato adriatico da tre decenni e lo ha fatto entrare allinterno della NATO, ha ottenuto circa il 35% dei voti, ben al di sotto della maggioranza e sollevando la possibilità di un nuovo governo di coalizione guidato da unalleanza di partiti filo-serbi.

In un’intervista televisiva, rilasciata il 2 settembre, Djukanovic ha riconosciuto che il risultato elettorale del suo partito è stato più scadente del previsto e ha ipotizzato che possa essere collegato all'”insoddisfazione della gente per alcune politiche” e al basso tenore di vita. Tuttavia, il presidente ha altresì criticato il ruolo della Serbia e del suo leader, Aleksandar Vucic, in Montenegro, dove un terzo della popolazione, composta da circa 620.000 abitanti, è etnicamente serba.

“Il presidente Vucic e la Serbia vogliono interferire nelle questioni interne di altri Paesi e vogliono rivitalizzare il nazionalismo della Grande Serbia”, ha detto Djukanovic a Newsmax Adria TV, riferendosi all’ideologia che ha contribuito ad alimentare il sanguinoso conflitto degli anni ’90, che ha portato al crollo della vecchia Jugoslavia.

Il primo ministro serbo, Ana Brnabic, ha negato le accuse, dichiarando che il Montenegro non era “in alcun modo minacciato dalla Serbia”. “Djukanovic vuole ottenere punti politici con false storie sulla vulnerabilità del Montenegro, invece di concentrarsi sui bisogni e sui problemi dei suoi cittadini”, ha affermato Brnabic.

Alle elezioni parlamentari del 30 agosto, un’alleanza di partiti nazionalisti serbi, denominata Per il futuro del Montenegroha ottenuto il 32,55% dei voti e un gruppo centrista che si oppone anche al DPS di Djukanovic, Peace is Our Nation, si è guadagnato il 12,53%. L’affluenza alle urne è stata calcolata al 75,9%, una percentuale leggermente superiore alle elezioni parlamentari del 2016, che avevano registrato una partecipazione del 73,4%.I partiti hanno iniziato le deliberazioni sulla formazione di un nuovo governo di coalizione e hanno tre mesi di tempo per formare una squadra che possa ottenere la fiducia del Parlamento.

La sottile maggioranza detenuta in Parlamento dal Partito Democratico dei Socialisti è stata messa a dura prova quest’anno dall’alleanza “Per il futuro del Montenegro”, che ha sostenuto le proteste guidate dalla Chiesa ortodossa serba contro una controversa legge sulla religione. La norma, approvata dal Parlamento di Podgorica lo scorso 27 dicembre, prevede che le comunità religiose in possesso di beni da prima del 1918 debbano dimostrarne la legittima proprietà, pena la riappropriazione da parte dello Stato. In tale clima, la misura è considerata dagli esperti in grado di compromettere le relazioni con la Serbia, la quale, lo scorso 14 gennaio, ha denunciato la discriminazione subita in Montenegro dai cittadini di etnia serba e dichiarato di voler tutelare la minoranza. Dal canto suo, il presidente Djukanovic ha sottolineato che la legge non intende compromettere la libertà religiosa dei cittadini di etnia serba che vivono in Montenegro, né ha come obiettivo il divieto di utilizzo dei propri luoghi di culto. 

La Chiesa ortodossa serba rimane la più grande istituzione religiosa del Montenegro e un terzo della sua popolazione vi si identifica. La questione della nuova legge ha alimentato divisioni e scatenato proteste nella nazione adriatica, che conta circa 620.000 persone ed è membro della NATO dal 2017. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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