USA-Kenya: il business e la trappola della plastica

Pubblicato il 31 agosto 2020 alle 18:20 in Kenya USA e Canada

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Il New York Times ha denunciato le pressioni da parte di alcuni industriali per influenzare i negoziati commerciali tra Stati Uniti e Kenya, al fine di modificare i rigidi limiti sulla plastica imposti dal Paese e garantire l’importazione di rifiuti stranieri, una pratica che si è impegnato a limitare.

Secondo il quotidiano statunitense, i produttori di plastica stanno guardando ben oltre i confini del Kenya, una delle più grandi economie dell’Africa, verso tutto il continente. “Prevediamo che il Kenya potrebbe servire in futuro come hub per la fornitura di prodotti chimici e plastici statunitensi verso altri mercati in Africa attraverso questo accordo commerciale”, ha scritto Ed Brzytwa, direttore del commercio internazionale per l’American Chemistry Council, il 28 aprile, in una lettera all’ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti e il Kenya sono nel bel mezzo dei negoziati commerciali e il presidente keniota, Uhuru Kenyatta, ha chiarito che è ansioso di raggiungere un accordo. Tuttavia, le pressioni dietro le quinte delle compagnie petrolifere hanno diffuso preoccupazione tra i gruppi ambientalisti in Kenya, che hanno lavorato per ridurre l’utilizzo e i rifiuti di plastica. Il Kenya, come la maggior parte dei Paesi nel mondo, ha avuto a che fare con una proliferazione incontrollata della plastica. Tuttavia, il Parlamento ha approvato una legge severa contro i sacchetti di plastica nel 2017 e lo scorso anno il Kenya è stata una delle tante nazioni in tutto il mondo ad aver firmato un accordo globale per fermare l’importazione di rifiuti di plastica, un patto fortemente osteggiato dall’industria chimica.

Le proposte del consiglio della chimica “significherebbero inevitabilmente più plastica e sostanze chimiche nell’ambiente”, ha affermato Griffins Ochieng, direttore esecutivo del Center for Environmental Justice and Development, un gruppo senza scopo di lucro con sede a Nairobi, che lavora sul problema dei rifiuti di plastica in Kenya. “È scioccante”, ha aggiunto. Secondo il quotidiano, tali mosse mostrano un’industria petrolifera che contempla il suo inevitabile declino mentre il mondo tenta di combattere il cambiamento climatico. Inoltre, i profitti stanno precipitando in mezzo alla pandemia di coronavirus. I produttori di carbon-fossili si stanno affrettando a trovare nuovi utilizzi per un eccesso di offerta di petrolio e gas, dovuto ai minori consumi. 

Facendo perno sulla plastica, nell’ultimo decennio, l’industria ha speso più di 200 miliardi di dollari in impianti chimici e di produzione negli Stati Uniti. Senza possibilità di smaltire tutto questo materiale, dato che gli USA consumano già fino a 16 volte più plastica di molte nazioni povere. Nel 2019, gli esportatori statunitensi hanno spedito oltre 1 miliardo di libbre di rifiuti di plastica in 96 Paesi, incluso il Kenya. Questi dovrebbero esser riciclati, secondo i dati commerciali resi noti. Tuttavia, gran parte dei rifiuti, spesso contenenti oi porti alla maggior parte dei rifiuti di plastica nel 2018, gli esportatori hanno cercato nuove discariche. Le esportazioni in Africa sono più che quadruplicate nel 2019, rispetto all’anno precedente, e l’attuale negoziazione di un accordo tra USA e Kenya fa temere un ulteriore aumento. 

Intanto, la situazione nel Paese africano è già complessa. Il Kenya è uno Stato dell’Africa orientale a maggioranza cristiana, il cui 11,1%, tuttavia, professa la fede musulmana. Nonostante non sia mai stato teatro di conflitti religiosi interni, il Paese è colpito dalla violenza dell’organizzazione terroristica somala al-Shabaab, contro cui combatte dal 2011, nell’ambito della missione in Somalia dell’Unione Africana, AMISOM. La maggior parte degli attacchi dei jihadisti somali in Kenya avviene al confine con la Somalia, nel Nord del Paese. Gli attentati più mortali compiuti da al-Shabaab in Kenya sono avvenuti il 21 settembre 2013, presso il Westgate shopping mall di Nairobi, in cui morirono almeno 67 persone, e il 2 aprile 2015 nel nord-est del Paese, dove militanti armati fecero irruzione nel Garissa University College, uccidendo 148 individui.la plastica più difficile da riciclare, finisce invece nei fiumi e negli oceani. In tale contesto, dopo che la Cina ha chiuso i su

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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