I progetti di Xi Jinping per il Tibet

Pubblicato il 30 agosto 2020 alle 11:12 in Cina Tibet

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Il presidente cinese, Xi Jinping, ha delineato i punti chiave della nuova strategia generale del Partito comunista cinese (PCC) per governare il Tibet, durante un discorso tenuto al settimo Forum sul lavoro in Tibet, organizzato dal 28 al 29 agosto a Pechino. All’evento hanno presenziato tutti i membri dell’Ufficio politico del PCC, i capi dell’esercito, della polizia, delle istituzioni giudiziarie e i funzionari delle province confinanti di Sichuan, Yunnan, Gansu e Qinghai. 

Xi ha affermato che, nei 5 anni intercorsi dall’ultimo incontro del Forum nel 2015, in Tibet sono stati compiuti grandi passi in avanti attesi da tempo, registrando un generale progresso. Secondo quanto affermato da Xi, lo sviluppo e la stabilità del Tibet sono di primaria importanza per il Paese e per il Partito, per questo, è necessario definire quello che sarà il suo lo sviluppo futuro nelle nuove circostanze createsi.  Xi ha quindi elencato dieci “doveri” che riassumono la strategia futura del PCC per il Tibet.

Innanzi tutto, in Tibet, sarà necessario sostenere la leadership del Partito, il sistema del socialismo dalle caratteristiche cinesi e il principio di libertà etnico-regionale. In secondo luogo, sarà importante stabilizzare la regione e i suoi confini, così come rafforzare la sua unità etnica e porla come punto fondamentale per preservare l’unità nazionale. Sarà anche necessario sostenere lo sviluppo di un Tibet legale, prospero, sano e unito. Per governare la regione, si dovrà unire la strategia nazionale e internazionale e considerare punto fermo dello sviluppo economico socialista il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. A tal proposito, saranno promossi i contatti, gli scambi e l’unione tra etnie, sarà promosso l’adattamento della religione al contesto cinese e sarà potenziata la protezione ambientale. Infine, in Tibet sarà necessario rafforzare il ruolo del Partito e del governo cinese.

Tra i punti più importanti Xi ha quindi ordinato che vengano rafforzate le difese di frontiera e che venga assicurata la sicurezza del confine tibetano. Già nel marzo 2013, durante la 12esima sessione dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il presidente Xi aveva sottolineato che “per governare il Paese è necessario governarne i confini e prima di poterlo fare è necessaria la stabilità del Tibet”. Oltre a questo, Xi ha anche sottolineato la necessità di educare la popolazione a lottare contro il separatismo per creare “una fortezza inespugnabile”. Xi ha ripetutamente ribadito l’importanza del ruolo del PCC, affermando che l’assoluta lealtà è necessaria per contrastare le maggiori battaglie e prevenire grandi rischi nell’area. Il buddismo tibetano dovrebbe poi adattarsi al socialismo e alle condizioni cinesi e l’educazione politico-ideologica dovrebbe essere potenziata per rafforzare l’unità.  Xi ha infine annunciato l’avvio di progetti infrastrutturali nella regione per promuoverne la crescita economica e ha richiesto che vi vengano attuati maggiori sforzi in materia ambientale.

L’intervento di Xi sul Tibet è giunto a poca distanza dallo scorso 14 agosto, quando il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si era recato in visita di “supervisione” nella regione autonoma. Wang aveva elogiato i progressi compiuti dal territorio sotto la leadership del presidente Xi, soprattutto per quanto concerne la messa in sicurezza del confine sino-indiano, dove si è recato in persona, in quella che è stata definita da più osservatori un’inconsueta visita all’area, volta a lanciare un messaggio a Nuova Delhi. 

Buona parte del confine tra India e Cina corre lungo quello tibetano ed è teatro di perduranti tensioni tra Pechino e Nuova Delhi riguardanti dispute lungo la Linea di Controllo Effettivo (LAC), ossia il confine de facto tra i due Paesi. Qui, dallo scorso maggio, si sono verificati i primi e sporadici scontri fisici tra i rispettivi eserciti, poi culminati, il 15 giugno, con la morte di almeno 20 soldati indiani durante uno scontro fisico nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh. Le motivazioni che hanno scatenato gli ultimi scontri sarebbero stati sconfinamenti nel territorio dell’altro e il potenziamento di costruzioni infrastrutturali, lamentati da entrambe le parti. Dopo aver inizialmente intensificato la presenza dei rispettivi eserciti lungo la LAC, Cina e India hanno organizzato più round di negoziati tra i rispettivi capi militari in loco per limitare le tensioni, l’ultimo dei quali si è tenuto lo scorso 8 agosto, senza però produrre risultati decisivi. 

Il Tibet, è stato uno tra i punti deboli delle relazioni tra Pechino e Nuova Delhi fin quando le due hanno raggiunto un accordo nel 2003, durante una visita dell’allora primo ministro indiano Atal Bihari Vajpayee a Pechino, all’interno del quale il Tibet è stato riconosciuto per la prima volta come parte del territorio della Repubblica Popolare Cinese dall’India. Viceversa, in cambio, la Cina aveva riconosciuto la regione del Sikkim come territorio indiano.  Dopo l’annessione del Tibet da parte della Cina nel 1951, Pechino ha cercato di ridurre l’influenza del leader spirituale della regione, il Dalai Lama, che al momento vive in esilio in India e rafforzare la sua presa nell’area.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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