Argentina: ex presidente avverte del rischio di colpo di stato

Pubblicato il 26 agosto 2020 alle 10:00 in America Latina Argentina

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Dopo cinque mesi e sei giorni di quarantena la situazione in Argentina non e quella prevista da Alberto Fernández quando, il 20 marzo scorso, decretò le prime misure di isolamento e distanziamento sociale: i casi di coronavirus e il bilancio delle vittime crescono settimana dopo settimana, la tensione politica è altissima e, con stupore di tutto il Paese, l’ex presidente Eduardo Duhalde predice con insistenza un colpo di stato nei prossimi mesi.

“L’anarchia arriva con l’odore del sangue” – ha detto questo martedì, 25 agosto, Eduardo Duhalde, presidente tra il 2002 e il 2003, dopo aver lanciato le stesse previsioni il giorno precedente: “È ridicolo pensare che l’anno prossimo ci saranno le elezioni legislative. Questo può finire in una sorta di guerra civile (…) La situazione è molto difficile, non può essere gestita. Tra il 1930 e il 1983 abbiamo avuto 14 dittature militari. Chi ignora che il militarismo si sta rialzando in America ignora ciò che sta accadendo. Non ci saranno elezioni perché non può continuare così”.

Duhalde è un peronista, dell’ala critica nei confronti della sinistra di Fernández e Kirchner, e sa bene cosa sia la destabilizzazione di un governo democratico. Il 1° gennaio 2002, ha assunto la presidenza per completare il mandato quadriennale che Fernando De la Rúa aveva iniziato il 10 dicembre 1999. De la Rúa, l’uomo contro cui Duhalde aveva perso le elezioni, aveva lasciato il potere il 20 Dicembre 2001 nel mezzo della peggiore crisi socioeconomica nella storia dell’Argentina. Duhalde fu eletto dall’Assemblea Legislativa dopo la rinuncia di Ramón Puerta e Adolfo Rodríguez Saá. Un anno e mezzo dopo, la candidatura alla presidenza di Néstor Kirchner avrebbe dato inizio al lungo ciclo kirchnerista che il Paese sta vivendo, a meno della parentesi di Mauricio Macri (2015-19).

Un sintomo della salute istituzionale dell’Argentina, paese immunizzato contro i colpi di stato, dopo la durissima dittatura militare (1976-83) e grazie in gran parte all’insegnamento democratico esercitato da Raúl Alfonsín durante il suo governo (1983-1989), era che l’intero arco politico respingeva le previsioni di Duhalde. “Irresponsabile” è stata forse la parola più ripetuta nel ripudio dell’ex presidente, che alcuni vedono emotivamente sbilanciato.

Tuttavia, al di là di dichiarazioni considerate “una sciocchezza” da maggioranza e opposizione, il clima politico è acceso. I casi di Covid-19 superano già i 350.000 e le morti si avvicinano a 7.500. Il presidente Fernández insiste sul fatto che la quarantena sarà abrogata, anche se questo fine settimana ne annuncerà la proroga. È vero, però, che la grave crisi economica e sociale che sta attraversando il Paese sta portando le autorità in molti casi a chiudere un occhio e consentire un movimento di persone che non si era visto tra marzo e maggio. L’economia è crollata del 20% nel secondo trimestre dell’anno e l’inflazione sta accelerando di nuovo a un livello vicino al 4% al mese.

Il tasso di tamponi e il livello di tracciamento e monitoraggio dei casi è inferiore a quello della maggior parte dei paesi della regione. In Argentina vengono effettuati 24.000 test per ogni milione di abitanti , contro i 117.000 nel vicino Cile. In Italia se ne fanno 133.000, ma persino Cuba ne effettua più dell’Argentina: 32.000. La terza economia dell’America Latina è la dodicesima nella lista dei paesi con il maggior numero di casi di Covid, anche se c’è un dato che la favorisce: 164 morti per milione di abitanti, contro i 550 del Brasile o i 573 in Cile  (In Italia sono 586, in Spagna, con una popolazione simile a quella argentina, 617).

Non mancano alcuni segnali positivi. Mentre il virus si rafforza in diverse province, la città di Buenos Aires sembra essere sulla buona strada per controllarne gli effetti: il tasso di contagio è prossimo a scendere sotto 1.0, il che significherebbe iniziare a ridurre i numeri e aprire più settori del economia. Lo stesso non si può dire per la vicina provincia di Buenos Aires, con molta più popolazione e un alto tasso di povertà.

In questo contesto, maggioranza e opposizione si screditano a vicenda. Il presidente Fernández ha recuperato una conversazione avuta con il suo predecessore, Mauricio Macri, il 19 marzo scorso e la ha resa pubblica. Macri lo aveva chiamato per offrire il suo sostegno di fronte all’imminente annuncio della quarantena, ma Fernández ha diffuso un altro passaggio della conversazione, con Macri che diceva: “Lasciamo la gente per strada e facciamo morire tutti quelli che devono morire”.

L’ex presidente, che trascorre le sue giornate in Svizzera come presidente della Fondazione FIFA, ha negato categoricamente la dichiarazione di Fernández: “In nessun modo ho detto le cose che ha riportato in questi giorni (…). La credibilità della parola presidenziale deve essere curato come un tesoro”. L’opposizione ha attaccato duramente di Fernández, ma il presidente è rimasto fermo nella sua posizione: “Non mentire in politica è molto importante. Sono uno di quelli che ha la tranquillità di poter dire in pubblico ciò che dice in privato”.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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