L’India vuole scalzare la Cina dalle Maldive

Pubblicato il 20 agosto 2020 alle 13:12 in India Maldive

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Lo scorso 13 agosto, il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Subrahmanyam Jaishankar, ha confermato alla sua controparte della Maldive, Abdulla Shahid, che l’India finanzierà l’implementazione del Greater Malé Connectivity Project (GMCB) con una sovvenzione di 100 milioni di dollari e un prestito da 400 . Con tale mossa, in molti hanno ritenuto che l’India stia cercando di riaffermare la propria influenza sulle Maldive, che negli ultimi anni si sono avvicinate a Pechino, tuttavia ridimensionare la presenza cinese potrebbe rivelarsi particolarmente difficile per più motivi.

Il GMCB è un progetto che comprende una strada sopraelevata e un ponte della lunghezza di 6,7 km che unirà la capitale delle Maldive, Malé, con le isole circostanti di Villingili, Gulhifahu and Thilafushi. Oltre a questo, a Gulhifahu sarà poi costruito un porto e a Thilafushi una zona industriale. A detta del Ministro Abdulla Shahid, si tratterà del maggior progetto infrastrutturale civile del Paese. Secondo un’analisti del The Diplomat, al di là del ponte di per sé, sarà l’ammontare del prestito indiano nello sviluppo delle Maldive, in precedenza già arrivato a 800 milioni di dollari, che servirà a ridimensionare il ruolo di Pechino nel Paese e a far riguadagnare a Nuova Delhi la sua storica e grande influenza su Malé.

Le Maldive sono uno tra i molti Paesi che hanno aderito al progetto infrastrutturale e d’investimenti delle Nuove Vie della Seta lanciato dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013. In tale ambito, il progetto più ambizioso nel Paese è stato finora il ponte Sinamalé, inizialmente chiamato il ponte dell’amicizia Cina-Maldive, lungo 2,1 km e completato nel 2018. L’infrastruttura connette Malé con le isole di Hulhulé and Hulhumalé ed è ben più modesto rispetto al progetto finanziato dall’India che non ha aderito al grande progetto cinese, del quale sta invece cercando di limitare l’influenza nella propria area geografica. Nel 2014, Pechino aveva istituito la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB), per finanziare e sviluppare progetti in Asia e, all’interno dell’iniziativa delle Nuove Vie della Seta, è stato per lo più attraverso tale istituto che la Cina ha concesso ingenti prestiti a molti Paesi, anche poveri o con un debito già molto alto, per la realizzazione di grandi progetti e iniziative, adottando quella che è stata definita dai critici la “diplomazia del debito”. Ad esempio, nel 2017, lo Sri Lanka, non riuscendo a restituire il finanziamento cinese ha dato la gestione del 70% del suo secondo porto, Hambantota, ad un’azienda statale di Pechino. Secondo alcuni, con i suoi investimenti nelle Maldive, Nuova Delhi intende evitare che anche in tale arcipelago si verifichi uno scenario analogo.

Le Maldive avevano virato verso l’orbita cinese durante la presidenza di Abdulla Yameen, restato in carica dal 2013 al 2018 e, al momento, incarcerato per riciclaggio di denaro. Il suo governo autoritario aveva ricevuto sostegno, a livello internazionale, dalla Cina alla quale aveva richiesto ingenti prestiti per circa 1,4 miliardi di dollari. Yameen aveva preferito rivolgersi a Pechino, anziché a Nuova Delhi che storicamente è stata per le Maldive il principale alleato in materia di sicurezza, finanziamenti e sostegno allo sviluppo. Tuttavia, nelle Maldive, l’opposizione a Yameen è cresciuta ed è stato sconfitto alle elezioni presidenziali del 2018, alle quali ha trionfato, Ibrahim Solih, vicino a Nuova Delhi e al premier indiano, Narendra Modi. Ad oggi, i due si sono incontrati quattro volte e hanno intensificato i legami di cooperazione in svariati ambiti.

Sotto la sua presidenza, nel 2019, l’India ha attivato una linea di credito per le Maldive di circa 800 milioni di dollari per il finanziamento di progetti di sviluppo ai quali si sono poi aggiunti gli ulteriori 400 milioni dello scorso 13 agosto. Al momento, Nuova Delhi è coinvolta in un grande numero di progetti nelle Maldive, tra i quali la costruzione di reti idriche e fognarie in 34 delle isole del Paese, lo sviluppo dell’aeroporto di Hanimadhoo e uno stadio e un ospedale a Hulhumale.

Nonostante il grande impegno indiano, scalzare la Cina dalle Maldive potrebbe però rivelarsi particolarmente difficoltoso, considerando che l’economia dell’arcipelago dipende soprattutto dal turismo, il cui principale Paese d’origine è proprio la Cina, ma anche dalla pesca, il cui mercato di destinazione primario è ancora una volta quello cinese.

Lo scorso 27 giugno, poi, la banca cinese Exim Bank ha richiesto la restituzione di 10 milioni di dollari concessi al parlamentare Ahmed Siyam su garanzia del governo, durante la presidenza di Yameen. Se l’esecutivo delle Maldive non dovesse restituire tale cifra tra le possibili conseguenze potrebbe esserci un’insolvenza sovrana che porterebbe alla svalutazione della moneta locale, il rufaiyaa, e ad un grande impatto sui commerci e le riserve in valuta estera del Paese.

Le Maldive constano in un arcipelago di 1.192 isole collocato nell’oceano Indiano in un punto estremamente strategico che intercetta la rotta marittima commerciale Est-Ovest, attraverso la quale transita la maggior parte del petrolio trasportato dall’Asia occidentale a quella orientale. Il Paese è geograficamente vicino all’India, distando 700 km dalle sue isole di Laccadive e 1,200 km dalla penisola indiana, e per questo Nuova Delhi vuole evitare che dopo lo Sri Lanka, un altro Paese vicino cada sotto l’influenza di Pechino, sempre più vicina.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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