Il governo di Taiwan denuncia cyber-attacchi cinesi

Pubblicato il 19 agosto 2020 alle 10:57 in Cina Taiwan

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L’Ufficio investigativo del Ministero della Giustizia del governo di Taiwan, o Repubblica di Cina (ROC), ha comunicato, il 19 agosto, che alcuni gruppi di hacker legati alla Cina continentale, hanno condotto più attacchi contro agenzie del governo di Taipei, per rubare dati importanti e informazioni personali. In particolare, secondo quanto finora emerso dalle indagini, tra i responsabili ci sarebbero due organizzazioni di hacker cinesi conosciute come Blacktech e Taidoor.

Il vice direttore del Dipartimento per le indagini di cyber-sicurezza dell’Ufficio investigativo, Liu Chia-zung, ha dichiarato che, dal 2018, gruppi di hacker cinesi si sono infiltrati nei sistemi di almeno 10 agenzie governative e in circa 6.000 indirizzi email di loro funzionari, così come nei sistemi dei fornitori di servizi informatici del governo di Taipei, con l’obiettivo di acquisire importanti documenti e dati. Liu non ha escluso che alcune informazioni possano essere trapelate, rappresentando una grande minaccia per la ROC. Al momento, però, non sarebbe stato possibile identificare quali siano state le informazioni ottenute dagli hacker, che sono riusciti a disperdere le proprie tracce.

L’Ufficio investigativo del governo di Taiwan ha avviato una task force per condurre indagini sulle catene di approvvigionamento dei servizi, per interrompere il fenomeno in corso e per capire se qualche azienda o individuo taiwanese possa aver collaborato con gli hacker cinesi. Secondo quanto finora emerso, le organizzazioni di hacker cinesi sarebbero riuscite ad entrare nella rete delle agenzie governative sfruttando falle di sicurezza nella catena di approvvigionamento dei servizi e nell’utilizzo della rete stessa da parte dei suoi utenti. Dopodiché, gli hacker avrebbero utilizzato programmi specifici per muoversi all’interno del sistema, riuscendo a creare un rimando tra i computer “infetti” e alcune stazioni di rimbalzo dalle quali vengono poi trasferite le informazioni rubate, attraverso una connessione criptata.

Tra i programmi impiegati vi sarebbe il cosiddetto Waterbear, utilizzato dalla Blacktech che, così come la Taidoor, è stata definita dall’ Ufficio investigativo del Ministero della Giustizia taiwanese come un’organizzazione hacker della Cina “sostenuta dal Partito comunista cinese”. Al momento, risulterebbe che essa stia operando dalla provincia della Cina centrale di Hubei.

Liu ha affermato che il governo e le sue agenzie dovrebbero incrementare i controlli a cui sottopongono i propri fornitori e ha messo in allerta la popolazione rispetto all’”onnipresente infiltrazione” dalla Cina, perpetrata sia attraverso campagne mediatiche sostenute da Pechino, sia con cyber attacchi.

Al momento, l’Ufficio per gli Affari di Taiwan del governo di Pechino non ha risposto a richieste di commento in merito ma, in generale, l’esecutivo della Cina continentale ha sempre negato qualsiasi forma di coinvolgimento nelle attività degli hacker e ha sempre sostenuto di punire coloro che compiono tali operazioni.

Al momento, le relazioni tra Taipei e Pechino si sono particolarmente esacerbate, sia a seguito della recente visita ufficiale a Taiwan del segretario alla Salute e ai Servizi umani del governo statunitense, Alex Azar, che ha rappresentato il viaggio di più alto livello di un funzionario americano a Taipei dal 1979, sia in seguito ad un accordo per l’acquisto di 66 jet F-16 dalla compagnia statunitense Lockheed Martin Corp., firmato da Taiwan lo scorso 14 agosto. A tal proposito, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, il 17 agosto scorso, ha esortato gli USA ad interrompere la cooperazione in ambito militare con Taiwan per salvaguardare le relazioni con Pechino, in quanto la vendita in questione rappresenterebbe una minaccia per la sovranità e la sicurezza della Cina e violerebbe il principio “una sola Cina”.

Gli Stati Uniti dal primo gennaio 1979 avevano riconosciuto ufficialmente il governo di Pechino, chiudendo la propria sede diplomatica da Taipei. Nonostante ciò, Washington ha mantenuto legami informali con l’isola dal punto di vista culturale e commerciale ed è  il suo maggior fornitore di armi.

Per Pechino, però, Taiwan e la Cina continentale formano un solo Paese di cui l’isola sarebbe una provincia, secondo il principio di “una sola Cina” che riconosce il solo governo della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Tuttavia, a Taipei è presente un esecutivo autonomo, con a capo la presidente avversa a Pechino, Tsai Ing-wen, la quale ha sempre categoricamente respinto il principio di “una sola Cina” e ha trionfato con una grande maggioranza alle ultime elezioni sull’isola, lo scorso 11 gennaio. Il governo del presidente cinese, Xi Jinping, da parte sua ha più volte affermato di voler risolvere la questione di Taiwan, che rappresenta la maggiore problematica dal punto di vista territoriale e diplomatico della RPC, e non ha escluso la possibilità di farlo utilizzando la forza.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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