Bosnia-Erzegovina: crescono le tensioni tra residenti e migranti

Pubblicato il 19 agosto 2020 alle 20:30 in Balcani Immigrazione

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Per 3 notti consecutive, i residenti della città bosniaca Nord-occidentale di Velika Kladusa si sono radunati per bloccare gli autobus e respingere migranti e rifugiati. 

La squadra di vigilanti ha rimandato indietro, nella direzione da cui erano arrivati, le “persone non grate”. La polizia è stata allertata e si è recata sul luogo, ma solo per prevenire eventuali violenze e non ha fermato l’operazione. La mattina del 19 agosto, le autorità del cantone di Una-Sana, in cui si trova la città di Velika Kladusa, hanno poi vietato il trasporto di migranti. Si tratta dell’ultimo episodio di tensione al confine tra Croazia e Bosnia-Erzegovina, dove parte della popolazione si oppone fermamente all’arrivo di migranti e richiedenti asilo, che cercano di attraversare il confine esterno dell’Unione Europea verso la Croazia e oltre, verso l’Europa Occidentale.

Le autorità di Una-Sana affermano che ci sono 7.000 migranti e rifugiati nel cantone, ma solo la metà è ospitata in campi ufficiali, causando attriti con i residenti locali. “La situazione peggiora ogni giorno”, ha dichiarato Silvia Maraone di IPSIA, una ONG italiana che fornisce supporto nei campi della Bosnia. “Sempre più persone dormono fuori senza cibo, senza acqua, senza elettricità e, naturalmente, diventano anche un problema più grande per la popolazione locale”, ha aggiunto. 

Ad aprile, il cantone di Una Sana ha emesso una decreto secondo il quale tutti i nuovi arrivati, compresi quelli respinti al confine dalla polizia croata, devono recarsi al campo di Lipa, creato vicino alla città di Bihac, circa 55 chilometri a Sud di Velika Kladusa. Tuttavia, questo campo ha uno spazio limitato e migranti e rifugiati sono riluttanti ad andarci a causa della sua distanza dal confine e dai servizi urbani. Invece, molte persone hanno cercato di creare i propri accampamenti di tende improvvisati vicino a Velika Kladusa, ma le autorità si muovono rapidamente per sgomberarli.

A Bihac, alcuni residenti hanno annunciato una protesta, prevista per il 29 agosto, in cui chiederanno l’allontanamento degli stranieri dalle strade. Le autorità locali di Bihac incolpano le istituzioni a livello statale della Bosnia e l’UE per non aver fatto abbastanza per risolvere la crisi migratoria, che sta peggiorando da 3 anni, da quando la “rotta balcanica” che passava dall’Ungheria è stata deviata, a causa delle politiche attuate dal governo di destra del primo ministro, Viktor Orban. I gruppi per il supporto dei migranti e profughi che lavorano sul campo, tuttavia, affermano che anche le autorità locali hanno la loro parte di responsabilità.

“Il grosso problema è che non vediamo la volontà dei diversi governi – internazionale, nazionale o locale – di trovare una soluzione, di sedersi insieme e cercare di trovare un modo per rendere la situazione meno difficile per tutti”, ha affermato Barbara Becares dell’ONG “No Name Kitchen” che è operativa nei campi profughi in Bosnia e Serbia. I numeri stanno crescendo, ha affermato, ma le risorse per gestirli no. “Aprire i campi e chiudere le frontiere non è una soluzione”, ha aggiunto Becares. Ci sono persone in transito che non hanno un posto dove andare, né tende, né coperte. I campi profughi sono pieni e non è consentito affittare una casa ai nuovi arrivati. Allo stesso tempo, la gente del posto è insofferente e la situazione è sempre più tesa. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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