Iraq: razzi colpiscono la base militare di Balad

Pubblicato il 14 agosto 2020 alle 9:48 in Iraq Medio Oriente

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I media iracheni hanno riferito che 3 razzi Katyusha hanno colpito la base militare di Balad, situata 80 km a Nord della capitale, in cui si trovano anche le truppe statunitensi.

L’attacco si è verificato il 13 agosto e non ha causato vittime o danni ingenti alle strutture. Inoltre, non è chiara la direzione da cui sono arrivati i missili. Negli ultimi mesi, una serie di assalti con razzi e mortai ha colpito le basi che ospitano le forze della coalizione militare a guida statunitense e l’area di Baghdad dove si trova l’ambasciata degli Stati Uniti. La Casa Bianca ha incolpato i gruppi armati sostenuti dall’Iran. Durante la guerra degli Stati Uniti in Iraq, durata dal 2003 al 2011, Balad era la seconda più grande base degli Stati Uniti nel Paese. Questa ospita ancora alcune truppe della coalizione internazionale, tra cui ci sono soldati statunitensi. Secondo quanto riferito dai media iracheni e internazionali, nessuna vittima è stata segnalata a seguito dell’attacco del 13 agosto.

L’ultimo episodio di questo tipo si era verificato la sera del 30 luglio, quando 2 missili sono stati lanciati nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Anche in questo caso non sono state riportate vittime, i razzi erano di tipo Katyusha e nei pressi del luogo si trovavano truppe statunitensi. Inoltre, i missili provenivano da due località distinte della regione di Radwaniyah, non lontane dall’aeroporto internazionale. Proprio l’aeroporto di Baghdad è stato l’obiettivo del raid ordinato il 3 gennaio scorso dal presidente degli USA, Donald Trump, che ha causato la morte del generale iraniano a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis. Pertanto, l’episodio del 30 luglio è da inserirsi nel quadro delle tensioni tra Washington e i gruppi filo-iraniani attivi in Iraq, tra cui le cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili degli oltre 30 attacchi contro basi e strutture USA.

Tali tensioni hanno fatto temere, soprattutto nei primi mesi del 2020, una possibile ulteriore escalation tra gli USA e l’Iran, a danno della sovranità irachena. Ciò ha spinto il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, ad avviare colloqui con i due Paesi, con il fine ultimo di scongiurare ulteriori minacce. A tal proposito, l’11 giugno scorso, Washington e Baghdad hanno tenuto il primo round di colloqui del cosiddetto “dialogo strategico”, al termine del quale la delegazione statunitense ha riferito che il proprio Paese si impegna a ritirare un maggior numero di truppe dall’Iraq, sebbene siano già 7 le basi ed i siti abbandonati. Al-Kadhimi, sin dalla sua nomina, avvenuta il 6 maggio, si è impegnato anche a livello interno, con il fine di rispondere alle richieste della popolazione scesa in piazza dal primo ottobre 2019. L’ondata di proteste si era placata dal 17 marzo, a causa del diffondersi della pandemia di Covid-19 ed i rischi a questa connessa, ma il malcontento popolare ha continuato a manifestarsi in sporadici episodi sin dal 10 maggio. 

Gli episodi più violenti si sono verificati tra il 26 ed il 27 luglio, sia a Baghdad, dove sono 2 i cittadini rimasti uccisi, sia in altre città meridionali, tra cui Najaf. In una mossa ritenuta “senza precedenti”, nella sera del 30 luglio, il Ministero dell’Interno iracheno ha riferito che le forze di sicurezza irachene sono da ritenersi responsabili di 4 vittime e oltre 60 feriti provocati in quella settimana, a seguito degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, accusate anche in precedenza di aver usato gas lacrimogeni e proiettili veri per reprimere le proteste. Inoltre, ol primo ministro aveva concesso alle autorità competenti 72 ore per consegnare i risultati di un’inchiesta sulla morte di 2 manifestanti di Baghdad, affermando che “Ogni pallottola diretta ai giovani e al popolo iracheno è una pallottola diretta alla dignità e ai principi dell’Iraq”. Il 23 maggio scorso, l’Ufficio per i diritti umani della Missione dell’Onu in Iraq (UNAMI) ha pubblicato un report in cui sono stati documentati 99 casi di sequestro e sparizione, riguardanti 123 vittime, 25 delle quali tuttora disperse, connessi ai movimenti di protesta. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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