Lo Yemen prova a trovare soluzioni per le duplici tensioni

Pubblicato il 13 agosto 2020 alle 10:13 in Medio Oriente Yemen

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Mentre, da un lato, il governo yemenita ha ripreso i colloqui con le forze separatiste, rappresentate dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), volti alla formazione di un nuovo esecutivo, dall’altro lato, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, ha ascoltato le opinioni di rappresentanti yemeniti per giungere ad un cessate il fuoco con i ribelli sciiti Houthi.

I primi fanno seguito all’accordo raggiunto il 29 luglio, quando i gruppi separatisti del Sud si sono detti pronti a porre fine alle tensioni nei territori meridionali e ad unirsi agli sforzi profusi dalla coalizione a guida saudita per contrastare i ribelli sciiti Houthi, oltre che ad aderire all’accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019. Di conseguenza, hanno avuto inizio i negoziati volti a formare un governo che abbia una pari rappresentanza tra Nord e Sud dello Yemen, interrotti in occasione della festività musulmana di Eid al-Adha, e ripresi, stando a quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, nella sera del 12 agosto.

Secondo quanto previsto dall’accordo di Riad, le consultazioni dureranno per circa 30 giorni, a partire dal 12 agosto. Durante questo periodo, il premier designato, Moein Abdul Malik, avrà il compito di confrontarsi con le diverse componenti del panorama politico yemenita, dai rappresentanti del governo legittimo, a quelli del STC, ai delegati di alcuni governatorati come Hadramawt, al-Mahra e Abyan, al fine di nominare i candidati che andranno ad occupare i 24 portafogli ministeriali, suddivisi equamente tra Nord e Sud. Nel frattempo, le forze separatiste, sostenute dagli Emirati Arabi Uniti (UAE), dovranno abbandonare le postazioni precedentemente occupate ad Aden, capitale provvisoria del governo, e nel governatorato di Abyan.

Nonostante la mobilitazione a livello politico, le aree meridionali continuano, però, ad assistere a sporadici episodi di tensione, soprattutto presso Abyan. Qui, fonti locali hanno riferito che, nella sera del 12 agosto, si sono verificati scontri tra le forze governative e quelle secessioniste, le quali hanno lanciato colpi di artiglieria l’una verso l’altra. Parallelamente, dall’11 agosto, si sono verificate manifestazioni nell’isola di Socotra, dove la popolazione locale continua a ribellarsi alla presenza di Abu Dhabi. Quest’ultima è stata accusata di stare incrementando la propria influenza nella suddetta isola, situata nell’Oceano Indiano, vicino al Golfo di Aden. Per gli UAE, controllare Socotra significa rafforzare la propria presenza militare e commerciale nell’Oceano Indiano, aumentando, in tal modo, il proprio prestigio.

I separatisti e le forze del governo riconosciuto a livello internazionale si sono sempre detti uniti di fronte ai gruppi di ribelli sciiti Houthi, protagonisti del perdurante conflitto in Yemen, scoppiato il 19 marzo 2015. Le due parti non concordavano, però, su alcune politiche riguardanti il futuro del Paese, e, dal 26 aprile al 22 giugno, sono state al centro di scontri che hanno riguardato soprattutto i territori meridionali. Nel frattempo, l’esercito yemenita, coadiuvato dalla coalizione internazionale a guida saudita, continua a contrastare gli Houthi.

A tal proposito, l’inviato dell’Onu Griffiths ha incontrato, il 12 agosto, il vicepresidente yemenita, Ali Mohsen al-Ahmar, nella capitale saudita Riad. Il meeting, che ha visto altresì la presenza del premier e di altri rappresentanti del governo riconosciuto a livello internazionale, ha preso in esame le proposte avanzate per giungere ad un accordo con i ribelli Houthi che includa un cessate il fuoco, misure umanitarie ed economiche, e la ripresa dei negoziati per una soluzione inclusiva e duratura. Al-Ahmar ha ribadito la disponibilità del proprio governo a giungere ad una soluzione che tenga conto di tre riferimenti, ovvero l’iniziativa del Golfo del 2011, i risultati della Conferenza sul dialogo nazionale ed alcune risoluzioni Onu, come la numero 2216. Quest’ultima, tra le diverse disposizioni, prevede l’embargo sulle armi dirette agli Houthi e sanzioni contro il leader dei ribelli, Abdel-Malek al-Houthi, e Ahmed Ali Saleh, figlio maggiore dell’ex presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh.

I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti. L’ultima violenta escalation ha avuto inizio nel mese di gennaio 2020 ed ha interessato prevalentemente i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a. Parallelamente, non sono mancati gli episodi di aggressione da parte Houthi verso i territori sauditi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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