L’India esclude la Cina dal mercato del petrolio

Pubblicato il 13 agosto 2020 alle 16:22 in Cina India

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In India, le navi battenti bandiera e di proprietà cinese non potranno partecipare ad appalti per la fornitura di servizi destinati all’importazione di greggio e all’esportazione di prodotti derivati, quali il diesel, secondo quanto riferito in condizione di anonimato da due funzionari della compagnia statale Indian Oil a Bloomberg e riportato dal South China Morning Post, il 13 agosto.

Le tre compagnie petrolifere statali dell’India, ovvero la Indian Oil, la Bharat Petroleum e la Hindustan Petroleum, oltre a non poter ingaggiare imbarcazioni della Cina, chiederanno ai propri commercianti e ai fornitori di petrolio di non trattare loro carichi utilizzando imbarcazioni cinesi.

La limitazione imposta dal governo del primo ministro indiano, Narendra Modi, si è manifestata nel settore petrolifero ad un mese dall’implementazione di una legge, emanata lo scorso aprile, che impone limiti di accesso ai contratti governativi per la fornitura di beni e servizi da parte di aziende che provengono da Paesi con cui l’India condivide un confine terrestre. Tale mossa sembrerebbe essere indirizzata direttamente alla Cina e al Pakistan, con i quali, al momento, Nuova Delhi ha relazioni tese.

Nonostante ciò, secondo quanto rivelato dalle due fonti, per le compagnie petrolifere indiane il cambiamento potrebbe essere minimo perché la maggior parte delle imbarcazioni da loro ingaggiate battono bandiera liberiana, panamense o delle Mauritius, mentre le navi cinesi sono impiegate quasi esclusivamente per trasportare gas di petrolio liquefatto. 

Uno degli attuali obiettivi del governo di Modi sarebbe proprio quello di limitare la dipendenza dell’India dalla Cina, che è, ad oggi, il primo Paese di provenienza delle sue importazioni.  Secondo dati della World Bank ripresi dalla CNN, l’India sarebbe il maggior importatore di beni cinesi al mondo, solo nel 2018 il valore di tali acquisti avrebbe superato i 90 miliardi di dollari, mentre il valore delle sue esportazioni rispetto a tale somma sarebbe di appena 1/5. Inoltre, da Pechino arrivano anche grandi flussi di investimenti in India. Dal 2015, più investitori cinesi avrebbero riversato, ad esempio, nelle start-up indiane investimenti per 4 miliardi di dollari e tra questi ci sarebbero giganti del calibro di Alibaba e Tencent.

Oltre a colpire il settore delle importazioni, il governo di Modi ha anche cercato di limitare i la presenza cinese nel settore della tecnologia. Lo scorso 27 luglio, Nuova Delhi ha messo al bando 47 applicazioni cinesi, tra cui la nota Wechat, dal suo mercato online che conta oltre 650 milioni di utenti, dopo che, il 29 giugno precedente, ne aveva oscurate altre 59, tra cui TikTok. Stando al Ministero della Tecnologia dell’Informazione indiano, le motivazioni ufficiali per tale decisione sarebbero state il fatto che le applicazioni cinesi avrebbero condotto attività dannose per la sovranità, l’integrità e la difesa nazionale. 

Le relazioni tra Cina e India sono state compromesse da un crescendo di tensioni  tra le truppe degli eserciti indiano e cinese presenti lungo la Linea di Controllo Effettivo (LAC), il confine de facto tra Cina e India., iniziate lo scorso 6 maggio con i primi sporadici scontri fisici tra le truppe e culminati poi il 15 giugno con la morte di almeno 20 soldati indiani nella valle di Galwan, che si trova tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh. Le motivazioni che hanno scatenato gli scontri sarebbero stati sconfinamenti nel territorio dell’altro, lamentati da entrambe le parti. Da allora, Cina e India hanno organizzato più round di negoziati tra i rispettivi capi militari per limitare le tensioni lungo la LAC, l’ultimo dei quali si è tenuto lo scorso 8 agosto, senza però produrre risultati decisivi.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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