In Giappone preoccupano gli arresti a Hong Kong

Pubblicato il 13 agosto 2020 alle 13:13 in Cina Giappone Hong Kong

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Il Ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, ha affermato, il 13 agosto, che i recenti arresti dell’attivista pro-democrazia, Agnes Chow, e del magnate dell’editoria, Jimmy Lai, hanno sollevato dubbi sulla libertà di parola e di stampa a Hong Kong e che il Giappone è sempre più preoccupato per la situazione sull’isola.

La notizia è stata accolta con grande favore dalla stessa Chow che, in un video ripubblicato poi anche dalla TV pubblica giapponese NHK, ha ringraziato il Giappone per il suo grande sostegno e ha chiesto al Paese di non dimenticare Hong Kong, vista la repressione che Pechino sta portando avanti sull’isola. Chow era stata arrestata lo scorso 10 agosto, perchè sospettata di aver infranto quanto previsto dalla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta sull’isola da Pechino lo scorso 30 giugno.  La giovane attivista 23enne, che è stata spesso definita dai media giapponesi la “dea della democrazia”, è molto popolare nel Paese in quanto pubblica parte dei suoi contenuti a favore della democrazia di Hong Kong in lingua giapponese. Il suo arresto ha attirato l’attenzione di tutti i media di Tokyo e su Twitter è esploso l’hashtag #FreeAgnes.

Oltre all’attenzione mediatica, un gruppo di politici giapponesi appartenenti a più partiti, tra cui anche il Partito democratico liberale del primo ministro Shinzo Abe, hanno pubblicamente condannato gli arresti di Chow e Lai e hanno richiesto al governo di Tokyo di negare alla Cina la condivisione di prove legate a casi trattati secondo la legge sulla sicurezza nazionale e di allentare le restrizioni ai visti per i cittadini di Hong Kong. Da parte sua, però, il governo filo-Pechino dell’isola ha criticato tali richieste, definendole scorrette e inappropriate.

Nella stessa giornata del 10 agosto, oltre a Chow, era stato  arrestato anche Lai, proprietario della compagnia Next Media che pubblica il quotidiano anti-governativo Apple Daily, con l’accusa di collusione con forze straniere. Un portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Hong Kong e Macao del Consiglio di Stato di Pechino aveva espresso pieno sostegno per l’arresto, aggiungendo che i colpevoli di crimini di collusione con forze straniere, volti a minare la sicurezza nazionale, debbano essere puniti severamente, secondo quanto previsto dalla legge. Lai è molto vicino è molto vicino a Washington, dove si è recato più volte per incontrare funzionari del governo statunitense, tra i quali anche il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo. Lo scopo delle sue visite era stato quello di cercare sostegno per la causa di Hong Kong e per questo è visto dal governo di Pechino come un “traditore”. Sia Lai, sia Chow sono stati poi rilasciati su cauzione l’11 agosto.

La “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” è entrata in vigore dalla mezzanotte del primo luglio scorso, e, con essa, sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino. Per molti, la legge lederebbe l’autonomia e le libertà di Hong Kong e della sua popolazione, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la sua applicazione. Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando la sua sovranità fu ceduta dal Regno Unito. Da allora le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, e che sarebbe dovuto restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale lo avrebbe eroso.

L’annuncio del ministro giapponese è avvenuto durante una conferenza stampa a Singapore, dove Motegi ha avviato un tour di visite che lo porterà in alcuni Paesi dell’Associazione della Nazioni del Sud-Est Asia (ASEAN), nello specifico Singapore, Malesia, Cambogia, Myanmar e Laos, e in Papua New Guinea. Le visite si concentreranno principalmente sulla situazione determinata dal coronavirus ma in esse potrebbero essere discusse anche altre questioni regionali tra le quali, secondo alcuni, è molto probabile che rientrerà il Mar Cinese Meridionale, punto di scontro tra i Paesi ASEAN e Pachino.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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