Libia: dalle fratture interne al governo di Tripoli al malcontento dei combattenti

Pubblicato il 12 agosto 2020 alle 11:59 in Africa Libia

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L’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, continua ad esercitare pressioni sulle forze di Tripoli, affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA), al cui interno si sta assistendo ad un crescente malcontento e a fratture interne.

Secondo quanto riferito dal quotidiano al-Arab il 12 agosto, le forze aeree dell’LNA hanno colpito un convoglio militare appartenente alle milizie tripoline sostenute da Ankara nell’area di Wadi Bey, nell’Est della città costiera di Sirte. Né il governo di Tripoli né Ankara hanno, però, rivelato ulteriori dettagli a riguardo. A detta del quotidiano, negli ultimi giorni l’esercito di Haftar ha esercitato ulteriore pressione sulle milizie tripoline, dopo essersi detto più volte determinato a contrastare la presenza di Ankara nei territori libici. Anche nella notte tra il 9 ed il 10 agosto, l’LNA ha colpito un’imbarcazione con a bordo una “ventina di terroristi” affiliati al governo di Tripoli, guidato dal premier Fayez al-Sarraj, e al suo alleato turco, dopo che questa era entrata nella “zona militare proibita”.

Nel frattempo, i mercenari siriani reclutati dalla Turchia per combattere a fianco dell’esercito tripolino hanno cominciato a manifestare il proprio malcontento per il mancato adempimento da parte di Ankara alle promesse fatte loro in precedenza. Parallelamente, come riportato anche dal quotidiano al-Arabiya, il resto delle forze del GNA mostra crescenti fratture interne, acuite soprattutto dalle condizioni a cui queste sono sottoposte.

In particolare, le milizie guidate da Salah Badi, un comandante libico ricercato a livello interazionale, hanno espresso un senso di inquietudine per lo stato dei combattenti, fermi sugli assi di Sirte e al-Jufra, in attesa di una battaglia che probabilmente non si svolgerà a breve. Si tratta di un’area desertica attualmente caratterizzata da temperature elevate, dove le forze stanziate “vengono divorate dal sole e dalla sabbia” ogni giorno, rischiando la propria vita, a detta del centro mediatico del 36esimo battaglione, affiliato a Badi. Quest’ultimo ha altresì evidenziato come i soldati schierati a Ovest di Sirte hanno abbandonato il proprio lavoro, bambini piccoli, famiglie prive di elettricità, acqua e denaro, colpite altresì dalla pandemia di coronavirus, per unirsi alle file del GNA, in un momento in cui la “Libia sta vivendo i suoi giorni peggiori”.

Tali affermazioni si uniscono ai dissidi interni al GNA, che vedono protagonisti il premier al-Sarraj i suoi due vice, Ahmed Maitiq e Abdessalam Kajman e il ministro dell’Interno, Fathi Bashagha. Le tensioni fanno riferimento ad una serie di messaggi “poco amichevoli”, composti da critiche e accuse. Da un lato, Maitiq ha accusato il ministro Bashagha di “monopolio del potere”, fonte di una crescente corruzione, oltre che di decisioni poco efficaci, ed ha esortato la popolazione libica ed esprimere la propria opinione, nonché malcontento, e a chiedere indagini sulle spese del governo, in modo da comprendere chi abbia effettivamente svolto il proprio dovere correttamente e chi no. Lo stesso Maitiq ha poi più volte evidenziato che al-Sarraj, in realtà, non detiene lo status di primo ministro, ma semplicemente di capo del Consiglio presidenziale. Ciò è stato messo in luce dopo che il premier del GNA ha portato avanti alcune iniziative e decisioni non approvate dal suo vice, tra cui la convocazione del consiglio di amministrazione della Libyan Investment Corporation.

Secondo alcuni, il GNA si sta gradualmente indebolendo e la rabbia e il malcontento espresso potrebbero portare ad un isolamento del premier al-Sarraj e ad una lotta al potere che mira a cambiare gli equilibri all’interno del governo. Saeed Imghaieb, un membro del Parlamento libico, ha scritto sulla propria pagina Facebook che Fayez Sarraj “è salito al potere contro la volontà del popolo, non ha alcun sostegno popolare ed è rifiutato dal popolo libico per i crimini che ha commesso”. Lo stesso parlamentare ha poi esortato le tribù dell’Ovest della Libia a scendere in piazza per chiedere migliori condizioni di vita e per rifiutare l’occupazione turca. “I figli delle tribù libiche nella Libia occidentale hanno la responsabilità di liberare il Paese dal governo di Fayez al-Sarraj e di espellere i mercenari di Erdogan, dopo che sono diventati palesi le loro bugie, inganni e ambizioni” ha riferito Imghaieb.

Di fronte a tale scenario, il futuro della Libia risulta essere sempre più incerto. A determinare gli esiti del conflitto potrebbero essere gli sviluppi futuri presso Sirte e al-Jufra, obiettivi strategici desiderati dalle due parti belligeranti, GNA e LNA, così come dai loro sostenitori stranieri. Nelle ultime settimane, tali aree hanno assistito ad una fase di relativa tregua, sebbene entrambe le parti abbiano continuato a mobilitarsi, e sembra che vi siano pressioni “dietro le quinte” a livello internazionale che mirano a giungere ad un accordo pacifico che possa soddisfare ciascun attore coinvolto.

In tale quadro, Washington ha proposto una “smilitarizzazione” di tali aree, ma Il Cairo, sostenitrice di Haftar, non ha espresso pieno consenso per una simile “formula” elaborata senza uno “studio adeguato”. Inoltre, la soluzione proposta dagli USA, a detta di fonti egiziane, consentirebbe alla Turchia di rafforzare la propria presenza in Libia e di aggirare le mosse del Cairo, la quale, oltre ad aver definito Sirte “una linea rossa da non oltrepassare”, il 20 luglio ha autorizzato le proprie forze a schierarsi al di fuori dei confini nazionali, vista la crescente minaccia proveniente dalla vicina Libia.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Da un lato vi è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, e guidato dal premier Fayez al-Sarraj, il quale rappresenta l’unico esecutivo riconosciuto dall’Onu. I suoi principali sostenitori sono la Turchia, l’Italia e il Qatar. Dall’altro lato vi è il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar, appoggiato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. Anche la Giordania è considerata tra i principali esportatori di armi per l’LNA.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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